Recensioni - Francesca Sifola

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Recensioni

Sogno, storia di Maria Adelaide Piscitelli
La Scatola Bucata
Luna Park
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Gianni Mazzei, Trebisacce, 14 settembre 2006                                              inizio / fine

Quest’opera della Sifola si può considerare un romanzo di formazione: la protagonista Maria Adelaide attraverso il tempo discontinuo ed accelerato della guerra passa dall’infanzia sognante alla maturazione interiore e alla conoscenza della vita, conservando però, senza traumi , quel senso leggero delle cose che nel titolo” Sogno” è prefigurato. Proprio questa parola dà poi al romanzo una dimensione lirica, non solo come tramatura della scrittura, limpida e soffice, vellutata, ma anche come messaggio che invia al lettore.
L’autrice, in realtà, come l’artista che si consegna al colore per creare lo spessore della scena e l’impianto compositivo, si affida alle vicende interiori, più che all’ampiezza narrativa, per definire situazioni, temperie e atmosfera che,dal di dentro, come in una conchiglia, delineano avvenimenti in un fluire di luce e di magica sospensione.
E’, infine, “Sogno” un romanzo storico e di denuncia (direi un modo nuovo e intelligente di guardare alla questione meridionale, così vicina al pensiero “meridiano” di Cassano, basato sull’identità del luogo, aspetto morale e funzione del mediterraneo) : non solo e tanto per descrivere vicende della seconda guerra mondiale, ma perché, attraverso i piccoli gesti di gente comune (la servitù) denuncia non solo l’avventura disastrosa del fascismo, ma anche l’arroganza degli alleati che più che libertà portano sete di possesso e rozzezza interiore. Un accostamento del romanzo della Sifola può essere, a ragion veduta, con il grande affresco della Sicilia del Gattopardo. Due vicende con innegabili punti in comune: Napoli in “Sogno” e Palermo nel “Il Gattopardo”, due capitali del regno delle due Sicilie, quasi un viaggio nel tempo, nello scavo psicologico dei protagonisti, un viaggio nella storia martoriata del Sud, un viaggio con approdi diversi.
Nel romanzo della Sifola si parla della seconda guerra mondiale, di un trasmigrare per possedimenti (Amorosi e Marafi) di una nobile famiglia napoletana, con sangue anche siciliano, i Piscitelli e ritorno infine a Napoli.
Nel romanzo di Tommaso di Lampedusa c’è qualcosa di analogo: l’avventura della conquista del sud in funzione dell’unità d’Italia, andare fuori Palermo della famiglia del principe di Salina nei propri possedimenti a Donnafugata per essere sicuri e ritorno poi a Palermo. Circola anche a volta una stessa aria di disfatta, di sensualità che più che mordere la vita con soddisfazione piena è come se se ne appropriasse disperatamente. Poi,però, dopo questi accostamenti, noti la diversità stilistica e di senso delle cose. Dove “Il Gattopardo” è cromaticamente sonoro, barocco, “Sogno” assume leggerezza di brezza e levità lunare. Perché, diversamente dalla Palermo di Lampedusa, assolata, come tutta la Sicilia da una luce che incenerisce e sfiacca, ripiegando i protagonisti in sentimenti di superiorità e quindi nell’inazione o in pragmatismo cinico senza sodezza interiore, la Napoli della Sifola, in quella confluenza di mare e sole trova respiro, fantasia, creatività (si veda l’episodio di Pippineillo) ,capacità di guardare al futuro, scrollandosi ogni malinconia e anticipando così quella fiducia del vivere, (mentale, morale ) proprio del dopoguerra e della vicenda, non solo letteraria, del neo-realismo.
Maria Adelaide morde sì la vita, con la stessa grinta di Angelica, ma senza cinismo, rancori, senza rompere l’equilibrio, fragile perché miracoloso, tra sogno e sua realizzazione. Né ha il disfacimento delle cose (Bendicò che viene gettato nella spazzatura) o il ritirarsi dalla vita, aspettando la morte: lei è l’entusiasmo della vita dove il principe di Salina va incontro, nel viaggio di preparazione, alla morte. E’ così pudica della vita e nello stesso tempo curiosa, che l’alter ego, Wanda, che nella prospettiva di Svevo (alfa e omega) sarebbe stata la passività (si pensi da una parte Annetta di “Una vita” e dall’altra ”Zeno” ,in un’ironia disincantata) qui si fonde e, pur distinguendosi dalla sorella nel condurre il proprio cammino, non ne diventa un contrasto insanabile, ma si amalgama con delicato profumo dell’anima.
Giacchè, sia nello stile che nel modo di vivere, la protagonista, Maria Adelaide e la stessa Napoli, hanno quella ”seria frivolezza” così vicina alla pensosa leggerezza di cui parla Calvino in “Lezione americane”: un candore incisivo, per usare l’espressione del romanzo, e non lasciarsi intorpidire né da dogmi né da situazioni, ma essere sempre felicemente inquieta, per non morire di sazietà
In questa prospettiva trovano anche senso altri aspetti proposti da questo romanzo, godibile nella scrittura musicale e di luce (s’incupisce solo, funzionalmente, quando la situazione di Napoli, e dell’Italia, precipita nel disastro della guerra), e di grande sapienza stilistica, nonché spessore intellettuale e profondità del sentire. A cominciare dalla funzione catartica del mare che preserva la collettività dal male, personificato come si diceva, dalla luce cinica che incenerisce, e mare che sa ascoltare, per togliere dal cuore impurità e dolori che restringono l’animo, il racconto della protagonista:”….non senti come ti respiro dentro, in ogni lembo? Io non posso essere un’avventura di passaggio, non posso finire all’orizzonte…tirami, portami oltre, dammi quell’ampiezza che è mia e che io ti do senza ricatti!”.
E’ presente, come si vede, il senso morale e il significato storico e filosofico del mare, come rischio che salva come ignoto che attira, il mediterraneo, proprio della cultura greca, per come si esprime Montale nel mare “sapido di sale greco” e Hegel in pagine mirabili.
Un’annotazione, infine, va fatta per il significato che l’amore ha nella mente e nel cuore della protagonista e che lei scopre, e così la sua femminilità, proprio durante la guerra, a contatto però con il mistero profondo della natura e della nascita della vita (la nascita dei vitelli) e non già nello squallore del sesso che resta solo decadenza e tristezza arida (quando vede donnine e americani fare l’amore).
In questo aspetto, e qui con riferimenti puntuali al fascismo ma anche al potere arrogante di chi si dice liberatore, la Sifola è in sintonia con Pasolini del film postumo “Sodoma e Gomorra”, nel rapporto tra amore e deomocrazia (perché esso è condivisione e rispetto dell’altro) e non tra sesso e potere (perché è solo possesso e solitudine disperata).
Infine, per la sua esperienza teatrale, il romanzo della Sifola (e lo si evince da alcune parole: sequenze cinematografiche, fotogramma ecc) ha un’organizzazione scenica, teatrale che ti fa godere, in un continuum spazio-temporale, la narrazione e ti dà la possibilità di parteciparvi vivamente.
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"Cronache di Salerno", 29 settembre 2009                                                   inizio / fine

Una storia vera quella di Maria Adelaide Piscitelli: una vita oltre dolore e ipocrisia

"Sogno" sottotitolato: storia di Maria Adelaide Piscitelli, nobildonna napoletana, Guida Editori, pp194.
Una storia vera, quella di Maria Adelaide Piscitelli, una storia che con il “sogno” e nel “sogno” ha eletto se stessa a simbolo di un’esistenza, avvolta da una passione incontaminata per la vita in sé. Si potrebbe dire una “vita oltre”: oltre il dolore, oltre l’ipocrisia di una classe aristocratica, troppo spesso ingabbiata da sovrastrutture a senso unico; oltre quell’insano termine, così abusato, di “fallimento”, per non avere portato a termine un matrimonio; oltre quel voler credere, a ogni costo, che soltanto la ”razionalità” avrebbe il potere di tenere in piedi l’essere umano davanti alle vicissitudini della propria vita.
No, Maria Adelaide non ci sta a questa riduzione delle facoltà umane e guarda il mondo attraverso un ingrandimento, sempre, anche quando la prospettiva deve essere allargata dal “sogno”, ma non per questo, ristretta alla parafrasi di una vita non pienamente vissuta, anzi, piuttosto, dilatata a potenzialità più ampie. Perché la parola “sogno” non sta ad indicare banalmente desideri non esauditi, ma diviene quella categoria sostanziale sul cui tappeto potere camminare con la forza di una vita collegata ad un’energia sconosciuta; per cui: guerra, morte, divorzio, lacrime diventano il paradigma potenziale di un’esistenza che si accresce nel trasformare se stessa, sempre e comunque, nella passione del vivere.
E quale città, più di ogni altra, con la sua tormentata anatomia storica poteva fare da bacino a questa donna, se non Napoli? Con questa città lei ha “un intimo rapporto d’amore”, una simbiosi che funge da calamita nel serrato abbraccio tra la sua interiorità e e viscere, spesso inconsulte, di una Napoli che, tante volte, vicina alla preoccupante decadenza, resta comunque con un orecchio teso al possibile e un istinto aperto verso l’improbabile.
Ed è qui che la protagonista di “Sogno” e il luogo in cui si svolge la sua storia si fondono eleggendo la propria esistenza a una sorta di eroico scambio di vite parallele, tra umori e odori di mare e di “sogni”.
E se il lettore vorrà unirsi a loro, scorrendone le pagine, potrà trovare uno specchio per riflettersi in superfici, a lui, forse, ancora sconosciute.
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Natascia Festa "Corriere del mezzogiorno", 4 agosto 2009                          inizio / fine

Saga familiare da ricomporre come un presepe

La protagonista di questo libro ha il nome di una nave: Maria Adelaide, e ha attraversato la vita come fosse un mare, con lo scafo sicuro, tanto della bellezza quanto del pericolo. Tra quelli di famiglia, lo aveva inserito il bisnonno materno, trasgredendo alla rigida continuità onomastica delle famiglie di alto lignaggio. Giovanni Laganà, avventuroso armatore siciliano, aveva pensato che quel nome, mutuato da alcuni discendenti di colonizzatori inglesi del New England, fosse di buon auspicio “forse per la presenza di quelle quattro A distese tra le labbra bene aperte”.
A restituirci la vita di questa napoletana, attraverso una matrilinearità che si estende alla madre Dora, è Francesca Sifola in Sogno, Storia di Maria Adelaide nobildonna napoletana (Guida, 194 pagine, 12,50 euro). L’autrice, dopo tre romanzi e una raccolta di racconti brevi, ora cura seminari sul “recupero delle emozioni”. E in questo solco professionale, è il caso di dire, s’inserisce anche la scrittura di questo diario familiare, in cui il centro non sono le vicende di un nucleo blasonato all’interno di una città nobile e umiliata - la Napoli del dopoguerra - ma lo sguardo che su di esse avevano Maria Adelaide e le altre.
A quest’altezza cronologica tutto si svolge, per presenza o per assenza, intorno alla grande villa Piscitelli, requisita dagli americani dopo la liberazione. Ma più della casa - anzi, delle case - simbolo della famiglia era un’opera che un’altra dimora (la villa materna dei Gatti Farina) aveva custodito per anni e che poi, come accade, il matrimonio “sbagliato” di uno dei fratelli aveva destinato alla dispersione. L’opera era il presepe, non uno qualsiasi, ma “Il presepe Gatti Farina”, appunto, con statuine di Sammartino, Gori e Mosca (nell’appendice fotografica se ne trovano riproduzioni d'epoca e l’autografo del principe Umberto di Savoia che lo inaugurò, primo visitatore eccellente al quale seguirono le regine di Grecia e di Svezia, i reali d’Olanda e molti intellettuali tra cui Malaparte e Bacchelli). Metonimia di un universo di interni ed interiore, la sua perdita segnò il disgregarsi di un mondo che la Sifola rimette insieme restituendo con un brandello di saga familiare anche pagine di storia cittadina, perché ogni storia è anche storia di famiglie.
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Mario Rovinello "Il Roma", 24 ottobre 2004                                                 inizio / fine

Romanzi sospesi tra memoria e sogno

Nel panorama letterario degli ultimi mesi si è particolarmente distinta la napoletana Francesca Sifola con due romanzi: “Sogno. Storia di Maria Adelaide, nobildonna napoletana” e “Tempo senza maschera” (entrambi da Graus editore). Le due opere, sebbene assai diverse nel contenuto e nel linguaggio, sono frutto di una profonda riflessione da parte dell'autrice sull'animo umano e sulle sue contraddizioni.
“Sogno” è la storia di una nobildonna napoletana del Novecento, Maria Adelaide Piscitelli. È un percorso della memoria, il ricordo di avvenimenti, incontri che hanno influenzato il corso di un'esistenza scandita tanto da momenti di felicità quanto da dolori e patimenti: una tipologia psicologica di femminilità, colta nella sua formazione e nella successiva maturità. Lo scenario di fondo è costituito dalla città di Napoli e dalla sua provincia negli anni del fascismo, del secondo conflitto mondiale e dei bombardamenti. Maria Adelaide ricorda l'infanzia, lo zio Matteo, il nonno armatore (“avrebbe solcato acqua e terra per tutta la sua lunga vita”), la madre Dora e l'aspetto anche progressista dell'educazione femminile da lei impartita nell'intento di rendere le figlie temprate da una varietà di esperienze, il forte e intenso legame dei genitori per nulla assorbito e corroso dalla routine; e ancora Napoli, osservata e descritta sempre con grande tenerezza, paragonata dopo la guerra a “una regina sconquassata”, a “un triste clown”, un incrocio connaturato di forze opposte tra loro. La protagonista passa in rassegna le feste e i balli, gli incontri con le donne napoletane del tempo, i sentimenti, l'amore che, di certo, costituisce il motore dell'esistenza umana; è una persona semplice che ama la vita, l'odore del caffè al cioccolato e il sapore del gelato alla crema. Una filosofia del vivere, un'arte, è quella di Maria Adelaide, che riesce a scrutare oggetti, luoghi e persone come se li vedesse per la prima volta, un modus vivendi che non riserva alcuno spazio ad azione eroiche, ma che invece si propone semplicemente come esempio di “storia leggera di ordinaria memoria”.
“Tempo senza maschera”, invece, è un romanzo costruito in un tempo a venire, in un futuro artificiale (“l'orologio della Torre di Ferro segnava: 10 luglio 2060”). In un “cielo violentato, senza spazio”, in un'atmosfera surreale Pietro, il protagonista, apparentemente assuefatto a un ruolo assegnatogli, decide di vivere pienamente, dando seguito alla passione che esplode improvvisa; riesce, così, a perdere la maschera, a liberare l'istinto, a uscire da schemi predefiniti. È l'angoscia di chi avverte il pericolo che un tempo storico dominato da un progresso tecnologico senza controllo possa annullare la libertà decisionale e la fantasia dell'uomo. Il personaggio viene così a vivere nei sogni, nella consapevolezza che “solo da un'altra vita si può apprendere il linguaggio delle sensazioni” e raggiungere così un “senso di sublime appagamento".
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"La Città di Salerno", 22 settembre 2009, pagina 37, sezione Nazionale      inizio / fine

Napoli e il "Sogno" di Maria Adelaide

Napoli. S’intitola "Sogno" ed è quello che diventa realtá tangibile dell’interioritá della protagonista. Il libro, pubblicato dalla scrittrice napoletana Francesca Sifola nel 2005 per i tipi Graus e riedito da Guida Editori nel maggio 2009.
Il testo si muove lambendo vari generi letterari: il romanzo storico, la cronaca familiare, il racconto di formazione. E ciò dal momento che narra la vicenda di Maria Adelaide Piscitelli, nobildonna napoletana, ma anche di sua sorella Wanda e della loro madre Dora, s’incunea perfettamente in quella ben più ampia del momento storico che sono chiamate a vivere. Periodo segnato dalla guerra, e incorniciato dallo scenario prezioso e forte di una Napoli assai presente nel testo. Ma quello che più colpisce nel volume della Sifola, è la graduale scoperta della femminilitá da parte della protagonista. Uno stile capace di rendere scorci pittorici della cittá, il clima storico-sociale e, impresa forse anche più ardua, di cogliere la complessitá e la profonditá delle dinamiche interiori femminili. Una storia vera, che percorre questo "sogno".
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Gaetano Menna, Agricoltura Nuova, Luglio 2010                                           inizio / fine

La memoria, il sogno, l’incanto

La memoria, il sogno, l’incanto. La protagonista del romanzo di Francesca Sifola fugge dalla realtà rifugiandosi in un mondo “altro”. Ci viene in mente l’incipit del film di Fellini “Otto e mezzo”, con gli uomini chiusi nelle auto in fila, separati nei propri microcosmi e poi il regista che fugge dalla realtà quotidiana e opprimente “volando” sulle ali della fantasia e dell’arte.
Il romanzo della scrittrice napoletana è riflessivo, onirico. Narra di una donna che si rifugia nel sogno ad occhi aperti. Visionario e riflessivo, il racconto circumnaviga intorno ai sentimenti. Un po’ “leibniziana”, la protagonista, Claudia, è chiusa nella sua “monade” senza porte e finestre; e allora crea la finestra onirica. Si tuffa in visioni fantastiche, si lascia trasportare su le ali della fantasia, si sdoppia. C’è una parte “cosciente” che vive, ama, parla con gli altri; ma ce n’è un’altra più recondita che è “altrove”, anima vagante in universi “paralleli”. Due parti che si ricongiungono solo la notte, quando si è soli con se stessi. Una storia così riflessiva, richiedeva uno sforzo narrativo. E l’autrice, nella scrittura, utilizza uno stile espressivo particolare, immaginifico. Non banalizza ma descrive in modo poetico. Utilizza le parole come pennellate sulla tela narrativa. Ad esempio il dormire è “il desiderio di magia che si sciolse sotto le palpebre fino alle prime ore dell’alba…”. Tutto ciò può forse rallentare la lettura, ma è un bene. D’altronde come si fa ad essere lettori distratti di una storia che punta sulla meditazione?
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Barbara Leone, "L'Avanti", luglio 2002                                                         inizio / fine

La vita delle donne? Un luna park

L'universo femminile al centro degli emozionanti racconti di Francesca Sifola

Al di là del sole, laddove si dispiega l'universo infinito, esiste un mondo dove nascono i sogni. Nel suo lacrimato esilio a Soci sul Mar Nero, il poeta Ovidio immaginò che le fantasie degli uomini si generassero in una grotta dove tra lo stormire delle fronde e il mormorio dei ruscelli, la natura pacificata elaborasse esaltanti creazioni. In questo mondo che corrisponde a quello stato che Benedetto Croce definiva “di interpretazione lirica della realtà” nascono le creazioni letterarie degli scrittori. Non il reale e nemmeno l'immaginario ma qualcosa che parte dalla realtà, si trasfigura e la trasfigura fino a giungere in un territorio che appartiene soltanto alla creativita. Francesca Sifola, che nei giorni scorsi ha dato alle stampe un libro di racconti intitolato “Luna Park” appartiene solo in parte al mondo ultraterreno immaginato da Ovidio.

Pubblicato da “L'Autore Libri di Firenze”, il volume della giovane scrittrice napoletana s'apparenta molto alla trasfigurazione letteraria della realtà ipotizzata da Croce. Nel suo libro, sono 25 racconti brevi, è sorprendente la maestria con cui l'autrice entra nel mondo delle donne. È dunque un libro al femminile? Certamente e con qualche piccola eccezione. Ma non è un quaderno di doglianze né di rivendicazioni bensì un sottile raggio laser che penetra in un universo ancora, e per molti aspetti, oscuro, inesplorato e misterioso. Sono cambiate le donne? La domanda è così banale che serve solo da espediente retorico per avviare la discussione. Giornali, riviste illustrate di tendenze diverse, radio del bla-bla e televisioni togate o commerciali si sforzano quasi di mostrarci una donna sciolta, disinibita, diversa, ahi quanto!, dalle nostre mamme e dalle nostre nonne. Per converso non si fa che parlare della crisi degli uomini. I valori maschili - si dice - sono svaniti o sbiaditi e comunque sovrastati da valori femminili che hanno finito per imporsi e diventare prevalenti. Fin qui il discorso di principio che, banale come il nostro interrogativo, non può essere che falso e retorico. Come diceva il signore di Donnafugata (ovvero il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa), tutto deve cambiare perché nulla cambi e nella sostanza nulla o poco e nulla è cambiato nell'universo femminile. Le donne non si lasciano ingannare e il libro di Francesca Sifola lo dimostra in abbondanza. La scrittrice va sotto la scorza delle apparenze, i fianchi fasciati di Veronica, l'apparente spavalda sicurezza di Rosalinda, per scoprire che esiste un “odore dei sogni sui volti delle donne”. E siamo tornati a Ovidio. Le donne sanno, ci dice l'autrice attraverso le vicende delle sue eroine, le donne sanno di essere donne, ne hanno la consapevolezza, hanno la fermezza sensuale dell'appartenenza, il primigenio carattere del femminino. Le donne possono essere anche dietro il successo di un uomo, e va bene, ma da ieri le donne il successo, l'avventura, la consapevolezza del brivido vogliono sperimentarle da sole senza l'ausilio di nessuno. Non vi fidate delle apparenze, non date ascolto - ci dice con i suoi racconti la Sifola - a quell'apparente incertezza delle donne. Le donne sono incerte solo quando devono scegliere e scegliere sta nella natura delle donne. Ma quando sono folgorate dall'intuizione le donne non esitano, vanno diritte allo scopo e colpiscono l'obiettivo senza aver nulla da invidiare agli uomini. Ma il libro della scrittrice napoletana si addentra anche nello sconsolato mondo della solitudine femminile che è ben più arida e triste di quella maschile perché fatta di mille rimorsi, cento esitazioni e chissa quanti rimpianti. In questo senso il racconto delle due sorelle sole di ascendenza semitica è davvero tra le cose migliori del libro. Le due vecchie stanno insieme e temono di essere d'ombra l'una all'altra, si cercano ma in fondo si detestano e un mondo gretto e grigio viene descritto in maniera esemplare. Un pezzo da antologia. Ma le donne, ci dice Francesca Sifola, appaiono anche arroganti, sfacciate, mascoline e detestabili. Se ne rendono conto e perché lo fanno? Lo fanno perché sono la scia di coda del vecchio mondo al femminile, non sono l'avanguardia del nuovo che avanza, come si diceva qualche anno fa. Non pensate che arroganti lo siano davvero.
Dietro un desiderio d'amore non appagato c'è una ricerca di qualcosa che non si sa definire e che non arriva, ci sono insomma le donne di sempre come era Madame Bovary. E a ben vedere di bovarismo si tratta non di consapevolezza perché molto diverso è l'atteggiamento delle donne che questo stadio hanno raggiunto e che sono in grado di coniugare valori femminili (la grazia, la dolcezza, lo stralunamento, i sogni) con il grado di avanzamento raggiunto nella società di oggi.
Noi, come donne, siamo grate a Francesca Sifola che ci ha regalato questo straordinario “breviario” della donna moderna e dei valori antichi delle femmine. Le siamo grate come lettrici per la spigliatezza, la facilità di scrittura le evocazioni che ci regala e le siamo grate come donne perché ci consente di aprire finalmente un discorso serio e non convenzionale sull'universo “con le gonne”. Ma ancora una cosa vorremmo aggiungere e si tratta di un consiglio. Libri come questo devono essere diffusi e pubblicizzati non solo fra le donne (che sanno più di quanto spesso non dicano) ma specialmente fra gli uomini che guardano i giornali, vedono la tv e si immaginano le dorme siano tutte come “quelle quattro sgallettate” che spesso compaiono in video. Ragazzi, le donne sono altra cosa, più complessa e più difficile e per questo consigliamo anche e soprattutto a voi il libro di Francesca. Portatelo con voi sotto l'ombrellone quest'estate, siamo certe che vi sarà molto utile!

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