Racconti - Francesca Sifola

Vai ai contenuti

Menu principale:

Finale                                                                                                                  inizio / fine

Il cielo aveva cominciato ad abbassarsi, era magnifico...maestoso, mentre sembrava godesse della sua avanzata nel sentire la propria corporeità e quella del cosmo in cui si muoveva lento. Nessuno poteva prevedere fra quanto avrebbe toccato completamente la terra, talvolta appariva così vicino da far credere cha entro pochi giorni si sarebbe posato sul suolo, ma subito dopo sembrava recuperare il suo ritorno verso l'alto.
Questa oscillazione prostrava gli scienziati; non di rado accadeva che la validità di un calcolo o di una previsione, fosse smentita da un movimento inaspettato; tutte le potenzialità dei cervelli, sia organici che inorganici, avevano messo alla prova se stesse impattandosi contro incongruenti avversità. Ma la loro volontà di continuare a combattere per capire si manteneva strenua, si trattava di una volontà lacerata dall'autoinganno, avevano continuato a impregnarsi dell'illusione di poter comprendere, finché non si verificò un fenomeno ben più sbalorditivo: sotto nuvole rade e luminose si formarono delle escrescenze piccole e tonde, come gocce di vapore sospese che non volevano risolversi in acqua. Poi spuntarono delle mani bellissime, affusolate e piene di forza, ondeggiavano col vento, si doravano col sole, gocciolavano limpidissima acqua dopo essere state attraversate dalla pioggia. Quando il vento soffiava s'inarcavano per raccoglierlo nella conca del palmo come fossero panacee di Eolo furioso; grazie alle barriere che ergevano contro l'inconscia pazzia di Eolo gli abitanti della terra riuscivano ancora a camminare - ma forse Eolo voleva da loro qualcosa -; ma poiché percorrevano la propria vita come dei fuscelli non ne erano consapevoli, né del volere di Eolo, né del fatto di ergere barriere contro di lui. Da quando quelle mani erano spuntate in una sola notte gli animi erano mutati e per la prima volta nella storia la reazione degli esseri umani era stata di silenzioso sbigottimento. E tutti gli occhi si erano riempiti di luce e di pace, senza competizione, senza voglia di sangue; nessun protagonismo aveva afflitto l'uomo, nessuno aveva potuto erigersi a unico testimone oculare dell'evento, perché tutti insieme avevano visto quelle mani muoversi, leggiadre nell'etere, senza che vi potesse essere dunque un diritto di esclusiva; il linguaggio al quale l'uomo era abituato dovette tacere: i cronisti della reti televisive satellitari non sapevano come impostare il servizio, tutti i religiosi di ogni setta e confessione che erano stati intervistati ,non mostravano alcun segno di intendimento, gli intellettuali non osavano né essere scettici né applaudire all'evento: davanti alle proprie scrivanie computerizzate non avevano più discorsi e opinioni da proporre alla storia umana; l'elaborazione di tutti i linguaggi scientifici e tecnologici si perdeva nella visione di segni senza alcun significato; le nuove generazioni smisero di colpo di essere autrici di manifestazioni esagerate di comportamento: o troppo retrò, per il recupero ostinato di vecchi valori o troppo lascivi, osceni, violenti e sbandati. La generazione di mezzo, quella del piagnisteo per i valori distrutti, cominciò a non sentirsi giustificata dal lasciarsi trascinare in maniera eccessiva ai piaceri del palato: quelli del sesso ormai non rendevano a livello emozionale più dell’acquisto di un oggetto di domestica utilità. Per quanto riguarda la classe politica, tutti i membri si astennero dal manifestare atteggiamenti retrivi e populistici e del resto, già prima dell’apparire di quelle mani il loro operato aveva cominciato ad essere sopraffatto da quelli della gestione del potere economico. L'equilibrio i cui punti di sostegno e di gestione erano in mano a pochissimi, era da ritenersi in effetti più un'impostazione di stampo dittatoriale a livello mondiale che di equilibrio effettivo, sebbene apparisse come tale agli occhi dei più. In questo era consistita l'abilità e la scaltrezza dell'intellighenzia economica. L'individuo era frutto e costruzione dell'impianto tecnologico ed economico. Il gruppo ristretto di questa intellighenzia economica, fu l'unico ad avere reazioni di semi delirio davanti all'apparizione di quelle mani. La loro mente così abituata solo agli indici di forza e depressione del mercato finanziario e all'interno di questo apporre l'essere umano come principale agente inconscio per tenere in vita questo sistema, non riuscivano a prevedere come quest'ultimo evento, queste mani apparse dai cieli di tutti i paesi della terra, potessero mai essere inserite nel sistema da loro costituito. Iniziarono così a vaneggiare su ogni tipo di idea “geniale” per uscire dall'impasse.  Un altro stranissimo fenomeno era che tutti i cannocchiali e telescopi più sofisticati per studiare la struttura di quelle mani, nel momento in cui ne incrociavano una, contro il sofisticatissimo occhio del telescopio, sul vetro si formava una macchia nera e circolare. Di fatto era possibile osservarla e solo a occhio nudo. Nessun radar captava la loro presenza ed era impossibile ricostruirle attraverso il meccanismo virtuale di un computer. Ci fu un grande raduno a porte chiuse tra tutti gli operatori economici più influenti, i cosiddetti “gestori” che rispetto alla popolazione della terra erano un numero molto ristretto; si formarono commissioni straordinarie fra la crema delle menti è specializzata in campo economico. Si giunse persino ad affermare cose insensate e anche stupide, ma nessuno si lasciò colpire dalla consapevolezza del senso del ridicolo.
I bambini erano gli unici a non rivolgere uno sguardo stupito al cielo, sembravano essere abituati a delle simili epifanie, senza aver reso tale abitudine compagna amorfa e scontata della loro esistenza, una compagna che non abbia più effetto sull'anima. Continuavano a giocare sotto quelle mani come se sentissero che anche il cielo aveva un suo corpo; per loro era assoluta normalità. Quando per strada incontravano gli operatori economici così alterati nel loro comportamento per l'ossessione psichica nelle cui catene erano rimasti imbrigliati dopo l'evento, li guardavano beffardi; se poi ne erano i figli manifestavano, malgrado la loro giovane età, delle attitudini intellettuali da antichi saggi, contrapponendosi all'ansia dei propri genitori. Per l'atteggiamento che avevano nello svolgersi della vita quotidiana, simile a tutti gli altri bambini della terra, era come se essi stessi, il proprio corpo come immagine, la vita stessa che stavano sperimentando in questo momento storico, venisse considerata epifania: Ogni cosa intorno e dentro sé stessi era apparizione e rappresentazione, simbolo di un ordine cosmico. Vivevano specchiandosi nella e aggiungendosi alla esistenza di ogni cosa.
I giorni passavano e l'ondeggiare dall'alto al basso, dal basso all'alto e da destra a sinistra e viceversa delle mani continuava. Molti si aspettavano che un bel giorno uscendo di casa avrebbero trovato una mano davanti al proprio cammino. Al calare della sera, nel blu della notte diventavano azzurre e in prossimità del mare, azzurro argento: sembrava una festa di fate che si raccontavano i propri prodigi.
I vecchi che fino a prima, del loro apparire si erano rotolati nel letto o addormentati di un sonno malato davanti ai video di un computer o di un mega-schermo, per allontanare la paura della morte che vigilava durante le notti, avevano ripreso a dormire come fossero neonati.
La prima rapina a mano armata alla Banca mondiale, nonché il primo stupro, furono due fiaschi totali; non che la terra fosse ormai paradisiaca, ma cominciavano ad esservi dei segni ben evidenti di provocazioni contro la stupidità umana.
Non tardò poi a verificarsi un altro fenomeno: in un giorno molto caldo, in seguitò a una notte senza stelle, ma neanche nubi, col cielo limpido al sorgere del sole le mani si intrecciarono tutte tra loro e crearono una specie di corona sulla terra: i bambini, pensarono che durante la notte le stelle fossero sparite, perché erano da qualche parte a prepararsi per il giorno dopo quando sarebbero state raccolte dai palmi delle mani che le avrebbero tenute strette per ricevere dalla loro luce la forza di restare legate per disegnare quella corona.
Quello fu un giorno molto insolito per gli abitanti del globo: riuscirono a divertirsi e a provare emozioni come non accadeva più da quasi trent'anni, ma senza ricorrere ad alcuna droga o altro surrogato per eccitarsi o delirare: fu solo l'anima ad essere implicata.
Fu un giorno indimenticabile per tutti tranne che per gli operatori economici che non sarebbero riusciti neppure più a pronunciare quella parola: anima! Per loro obsoleto, fuorviante e ridicolo termine sulla bocca di esaltati.
Per gli altri fu la sensazione inconscia di un segnale che veniva dal passato a ricostruire la totalità del sé, mentre per i bambini si trattò solo di rinvigorire quegli aspetti che già conoscevano attraverso l'istinto. Sopra tutto questo le mani apparvero ancor più belle e splendenti. La musica accompagnò per intero quel giorno, la si ascoltò e la si ballò ovunque: nelle case, sui prati, in riva al mare, sulle montagne, davanti al fuoco nei posti in cui cadde la neve: il fuoco e la musica ad alta quota, fecero sentire quel giorno come si fosse in estate. Anche i corpi si liberarono della solita rigidità, le parole toccarono ogni elemento profondo dell'umano nel serio e nel faceto e i silenzi toccarono l'arcano. I corpi che vennero in intimo contatto tra loro quel giorno, fecero all'amore con purezza, scaltrezza e sensualità: gli adulti non furono un ammasso di spasmi, gesti fotocopiati e riprodotti in serie; gli anziani eliminarono il pudore ispessito sulla loro età da convenzioni edificate dal "comune buon senso". I bambini si trastullarono nello scoprire la loro fisicità attraverso il candore. Tanti di loro quel giorno immaginarono di toccare quelle mani con le loro in modo da fare così una festosa cordata dalla terra al cielo! Non c'era più separazione: era il Cosmo!
_________________________________________________________________________
Fotogrammi in sequenza: dalle immagini al pensiero                       inizio / fine

“Si riparano radio d’epoca”, e nella stessa vetrina: “Riversaggi di film su videocassette VHS, BETA, V8 e DVD”. Il suo pensiero parte, viene messo in moto da quell’accostamento tra le sigle, stringhe di modernità, e quel vento di memorie che soffia ancora da una “radio d’epoca”. E già la sua mente s’inoltra per il vitale sentiero dei contrasti.
È il 27 dicembre 2005: oggi, le porte di casa dei napoletani si aprono più indolenti del solito, la gente scende in strada lasciando i propri sensi tra i fuochi dei fornelli: sulle labbra occhieggiano rivoli luminosi del miele degli struffoli, mentre vongole fresche saltellano, tra stomaco e cervello, in attesa del prossimo cenone. Pian piano l’aria si gonfia di presenze e lei si ferma a succhiare quel respiro strano, fatto di tutto e del suo contrario: ora è la sua mente a sembrare una radio, riversandole addosso parole alla rinfusa, commento di quelle immagini interrotte e spezzate. E allora… un palazzo dal ventre scorticato, le dice che la città è malata, ma un altro, attaccato alle nude viscere del precedente, impera sano e altezzoso contro ogni incuria. Sotto di essi, un vicolo che smania di nitore e immondizia, in un crogiolo di umori diversi che si accaparrano il diritto di urlare, impudichi, la propria esistenza. Avanza ancora tra vecchie botteghe e negozi dell’ultimo grido dove legge: “Stampe offset, imaging system photo”, parole, altre, che irrompono in una lingua coniata dal consumo rapido ed efficiente. Si gira ancora a guardare l’ombra del palazzo: vorrebbe chiedere ai tarli delle sue putrelle di legno quanto altro tempo di vita hanno deciso di dare all’edificio e alla sua gente, ma questo pensiero, vestito di poetica condivisione per un tragico destino, viene spazzato via da un rombo: una sorta di manichino umano lucido e nero, a cavallo di una moto, solca, impazzito, il decumano, sfiorando corpi dove c’è la stessa dicotomia tra vecchio e nuovo: anziane signore con bastone, sedicenni con ombelico occhieggiante all’aria umida. Torna indietro: quelle immagini richiedono tempo e dono incondizionato di se stessi per poter capire. Rilegge la scritta nella vetrina da cui ha iniziato il percorso: “Riversaggi su DVD”, ripete tra sé: “DI VU DI”, sigla breve per strumenti ad alta fedeltà, sintetici, dove i pezzi sono incasellati al loro posto. No, Napoli non potrà mai essere rappresentata dalla visione di un “DI VU DI”.
________________________________________________________________________________
Crisi di uno scrittore contemporaneo                                                 inizio / fine

Da anni scriveva romanzi per raccontare storie in cui la gente si ritrovasse come in un luogo familiare, dove potersi riconoscere con i propri sogni, le proprie malattie, i propri percorsi mentali… insomma una scatola magica dove rinvenire quegli spazi cercati invano da qualche altra parte.
Ma, da un po’di tempo, notava che sul tema “scrittura-lettura-vita” venivano elaborate teorie molto superficiali, a dir poco “da autobus”. “Hai letto il Codice da Vinci?”, diceva una donna a un’altra donna, proprio su un autobus: l’autobus, pensava tra sé, sentendo quell’acculturata conversazione, era per molti diventato l’emblema dell’espressione del luogo comune, forse perché se uno inizia a parlare con qualcuno che non conosce, non sapendo come intrattenersi, apre la bocca tanto per passare il tempo, nel totale disimpegno del cervello. Ma era vero anche che quei “discorsi da autobus” erano, ormai da tempo, scesi dall’autobus e penetrati ovunque. “No, ma devo assolutamente farlo!” rispose l’altra, mettendo uno strano accento su quel “devo”, un’enfasi a metà tra il look demenziale “à la page” e un volo a mezz’aria verso un mito di se stessi acquistato al supermarket dell’esistenza. “Sì ‘devi’, perché ti apre un mondo insospettato ed è scritto bene!”, disse l’altra. “Già…e hai visto le reazioni della Chiesa?” “E questo te la dice davvero lunga sulla faccenda!”. Per tutta la giornata queste tre frasi gli risuonarono nel cervello come segnali di disperazione, non perché lui era molto meno famoso di Dan Brown, ma perché non avrebbe mai potuto fare un’operazione come quella: tirare sulla gente uno scoop così invasivo da tranciare quell’ultima, probabile, risorsa di genuina semplicità delle persone come quelle che aveva sentito parlare in autobus. Pensava che l’operazione di Dan Brown violentasse quello che egli considerava un sacrosanto diritto dell’uomo: “restare ignoranti”; si trattava di un’operazione forte, perfettamente combaciante con il sistema che pulsava contro i complessi di inferiorità di buona parte della razza umana che, per non sentirsi tale, procedeva nella corrente senza capire dove stesse andando a sbattere. Quel giorno, dopo quelle riflessioni, scese dall’autobus guardando tutta quella gente per strada con una specie di sofferta sopportazione, di fastidio epidermico, soffermandosi di più su alcuni volti che su altri, per tentare di scoprire un qualcosa di unico ancora esistente: si trattò di un vero sforzo psichico, poi, esausto, a sera, quasi parlando da solo con gesti a mezz’aria pensò: “Questo è anche il mio pubblico, come farò?”.
_________________________________________________________________________
Parlare del più e del meno                                                                  inizio / fine

“Bla, bla, bla”. E poi ancora: “Bla, bla, bla…” Ovviamente non erano queste le sillabe pronunciate, in quel momento, dalle persone intorno a lui, ma queste erano le stringhe di lettere che registrava il suo cervello, sentendole. “Bla, bla, bla”, blaterò tra sé, soffocando di noia e tirando con sforzo gli angoli della bocca per un sorriso stentoreo.

Decise di allontanarsi da quell’angolo. Una comoda poltrona invitava, con la sua ampia forma, dal lato opposto della stanza, che lui attraversò senza esitare, per accomodarsi accavallando le gambe. La poltrona era situata vicino a una porta, un posto strategico perché la gente non si accalcasse a ridosso delle sue indisciplinate orecchie, ma si trattò di pochi istanti di libertà, prima che quei bla bla bla… profferiti da altre bocche, non lo raggiungessero precisi come una scia di formichine in fila indiana: il suo neocid non aveva funzionato e anche quella poltrona cominciava ad avere i suoi tarli nella trama del suo pregiato legno. Si alzò zigzagando tra la folla e uscì sul terrazzo, ma, all’aria aperta, gli sembrò di avere al posto delle orecchie un radar dei più sofisticati: “Io vado sempre da Spatafora, ha buoni prezzi e il cuoio è veramente morbido!”, “No, io preferisco Bata, è più trendy!”, “La figlia di Giovanni si è sposata”, “Ah sì, quando?”, “Una settimana fa”, “E lui chi è?”,“Un ottimo partito!”. Le due donne parlavano con un tono di galline sovraeccitate, da assetto da cocktail, e una delle due si guardava intorno con occhi sgranati e ondeggianti come lenze disperate in quello stagno di bla bla bla… ma ecco Giovanni: “Ho saputo che tua figlia si è sposata… e chi è il fortunato?” chiese l’una, “Un ottimo partito!”, il padre rispose distratto e in fuga. “Quest’uomo non ha nome…”, lui pensò. Poi si avvicinò la madre della sposa e le due galline le fecero la stessa domanda per avere la stessa risposta: “Un ottimo partito!”, la donna rispose allontanandosi senza aggiungere altro. Lui si spostò in un angolo della terrazza e, stuzzicato da quell’ “ottimo partito”, immaginò una specie di giallo overdose, sì, proprio come una droga, la cui trama, una volta di pubblico dominio, avrebbe libidinosamente alimentato una serie di altri bla bla bla inorriditi dalla storia dove la sposa si sarebbe ritrovata in un giro di prostituzione d’alto bordo, per essere la protagonista di un vero e proprio giallo a luci rosse. Libidine si aggiungeva a libidine per un carico solo apparentemente innocuo alla salute: lui stesso si chiedeva come poteva aver disegnato quadri mentali così orribili, degni di un’ insospettata perversione, ma poi… si assolse, pur condannandosi nel non aver mai e poi mai, pensato di abbandonare quel mondo di bla bla.
_________________________________________________________________________
Il rigurgito interiore di uno speaker                                                   inizio / fine

Quel giorno c’era un’insolita tensione, una specie di vento compresso. “Perbacco”, John pensò, “Deve essere successo qualcosa di grave!” e si chiuse nel suo ufficio con il cervello pronto a ricevere, dall’esterno, indizi chiarificatori: una parola, una frase, uno sbuffo… o anche una bestemmia, di quelle tipiche, da gergo “CNN”.
Quanto potere liberatorio avevano raccolto negli anni quelle profanazioni costruite con tanti “cristi” e “madonne”, cucinate da malumori a fior di pelle! Ma oggi non sarebbero bastate a riportare la compatta routine dove spazi e tempi “dovevano” coincidere. La segretaria entrò senza bussare, indietreggiò, richiuse la porta e si annunciò con un tocco deciso, prima di rientrare srotolando una stringa di scuse per la sua dimenticanza. “Non si preoccupi, vedo che oggi c’è una strana tensione…”. “Già!”, ella rispose, “Foss è sparito”. “Come?” “Da ieri, nessuno sa niente.”. “E chi lo sostituirà per i servizi di oggi? È già tardi!” “Lo so!”. D’improvviso entrò Bob: “Foss è nel suo ufficio, ma non vuole fare il servizio…” “Cosa?!”. John si precipitò fuori, ma Foss, vedendolo, lo tirò nella propria stanza. Senza esitare disse:: “Ascolta, è da un po’ che qui dentro tutti mi considerano pazzo e forse lo sono davvero, perché quando esco di qui vengo perseguitato dal tono della mia voce che annuncia, con un diaframma impostato e pieno di vitalità, quanti morti ha causato quella o quell’altra strage, come ha fatto un maniaco a uccidere a sangue freddo due minorenni, quanti virus mortali sono in arrivo sul nostro pianeta, quanti corrotti hanno distrutto con i loro maneggi tanti lavoratori onesti… mi sento un mostro pensando alla forza che ha ancora il mio diaframma, quando dovrebbe essere spappolato dal peso di ciò che entra nella mia gola infuocata…” “Ehi frena, ti prego…” “Ci provo, ma è la mente che non ci riesce… già so cosa vuoi dirmi … che questo è il nostro lavoro… beh sai che ti dico? Che mollo tutto…” “Ma vorresti che ci mettessimo tutti a piangere?” “Forse, visto che non piangiamo più né dentro questo grande tubo catodico che incapsula il mondo, né fuori; ormai siamo vaccinati contro le emozioni giuste, siamo tutti in un grosso recinto microchippato, dove anche i nostri genitali sono rivitalizzanti da prodotti sintetici!”. La fronte di Foss grondava fiotti di nera consapevolezza, mentre John lo guardava con il suo sguardo liscio di sempre, una maschera che aveva già compiuto il passaggio dall’organico all’inorganico, senza l’intervento di alcuna manipolazione scientifica. Foss lo guardò per l’ultima volta e uscì: alle sue spalle il grande scheletro della CNN si allontanava senza più voce, mentre egli cominciava a capire per che cosa, in futuro, avrebbe dovuto usare quel diaframma così ben impostato.
_________________________________________________________________________
Quando la mente non vuole tacere                                                     inizio / fine

È l’alba: davanti a sé una distesa d’acqua ancora leggermente scura, un grigio indefinito verso l’azzurro pieno del giorno. Oggi si è svegliato col cervello in movimento, con i pensieri che mimano quei piccoli vortici marini sotto il suo balcone sul mare. Ma, ancora più sotto, da una larga cavità della mente, sente uscire parole in sequenza e gli sembra, persino, che alcune abbiano molto senso, messe insieme per delle rivelazioni storiche. È come se, da dentro, il suo cervello voglia proiettarsi fuori, ma, una volta immesso all’esterno, venga bloccato da una barriera che lo fa diventare più debole, sfrangiato, come quelle piccole creste bianche che vede sull’acqua.
Dopo molti sforzi, in un tam tam che gli sprigiona dubbi di ogni tipo, comprende: è la realtà, che in questo farraginoso momento storico, pieno di tutto e del suo contrario, gli erge un muro per poter capire ciò che sta realmente accadendo: sembra un nemico arrivato al suo cospetto dopo aver studiato una salda strategia, mimetizzato dalle cose di tutti i giorni, dalla routine che lui ben conosce. Egli è un essere umano con un’intelligenza media, eppure si sente trattato dal sistema da perfetto idiota, distratto nelle sue capacità di intendimento, per ridurle al punto di evitare che diano fastidio al procedere distorto di un’esistenza stabilita non si sa bene da chi. Si tratta del monopolio e della gestione delle menti. Che fare? Questo è oggi il suo improrogabile quesito, quello che lo ha svegliato con il cervello in onde nere. Forse, per prima cosa, deve smettere di essere frullato, come in una centrifuga, da desideri effimeri, che non sono altro che bisogni indotti da un lavaggio del cervello su esigenze minime e di così poco ampio respiro. Già, forse è da qui che deve ricominciare, da una specie di tabula rasa su bisogni inesistenti e che ha creduto fino a questo momento essere i suoi. Entra in casa, si guarda intorno: nella sua grande stanza da letto, ogni angolo è coperto da oggetti, giornali gettati alla rinfusa, apparecchi e aggeggi di ogni forma e dimensione dove per camminare c’è solo una striscia zigzagante di pavimento. Fa un giro per tutta la casa: è la stessa storia anche nelle altre stanze piene di una specie di orgia inanimata di ninnoli, che lo assale nel soggiorno, sui mobili e sugli scaffali; nella cucina e nel bagno, prodotti sparsi ovunque, flaconi iniziati e mai finiti: “Che ciarpame!”. Si ferma, guarda e riguarda ed ecco che il suo cervello, ancora attivo come poche ore prima, gli detta una frase emblematica: “Questa non è la mia, questa è una vita rubata!”. Con un sol colpo la mente ha tracciato le stimmate, ha dato la sintesi di tutto. E chi se non lei avrebbe mai potuto farlo con tanta limpidezza? Ora, gli resta un solo dovere: salvarla.
_________________________________________________________________________
Quando i riti superano la storia                                                          inizio / fine

Notte fonda e afosa, le finestre sono aperte: sui fornelli di casa Auriemma due caffettiere, una “napoletana” e una “moka”. Nonna Lina prepara il caffè quasi accarezzando i tre pezzi della prima, mentre la nipote avvita, nervosa, quelli della “moka”. La donna guarda la ragazza continuando i suoi gesti lenti su quei tre pezzi di latta ammaccati. Giù nel cortile, Beniamino, il guardiano notturno, ammira le stelle.
Ogni notte, puntuale, si siede sulla sdraia aspettando l’inconfondibile odore del caffè che proviene da quella cucina e dopo averne inalato a sorsate l’aroma, come antipasto, entra nella guardiola per preparare il “suo” caffè alla napoletana. Nonna Lina si affaccia, dà un’occhiata alla sdraia vuota e pensa: “Anche stasera il mio caffè è stato per lui un richiamo”. Entra il genero con il cuore e le narici aperte: la lunga scia lo ha raggiunto dall’altra parte della casa; sfregandosi le mani, dice: “Nonna Lina, datemi la vostra delizia!” Poi, rivolto alla figlia: “Non sai cosa ti perdi, Gianna mia, il progresso sì…” “Ma il palato supera la Storia!”, echeggia la figlia con quella frase ripetutale ogni santa notte. “Mammà, come fate a incastrare quei pezzi mezzi rotti?” il genero chiede ancora, ma, prima che la donna risponda, entra la moglie e dice canzonandola: “Ne so tutte le vie, quelle dritte e quelle storte!”. “Già”, replica la donna: “Dite, dite… eppure appena sentite l’odore, uscite fuori dalle celle come monaci in cerca di peccato!”. Ridono fragorosamente. Il baccano desta la curiosità dei vicini: una ad una, si illuminano le stanze sul ballatoio, i condomini si affacciano. “Scusate il baccano, ma qui mi vogliono far credere che è più buono il caffè della ‘moka’!”, lei esclama dal balcone. Allora, il notaio esce a mostrare al pubblico la “sua” napoletana: “Vedo che anche la vostra è ammaccata?!”, dice la nonna. “È chiaro! Queste ammaccature sono Storia!”, lui risponde. Resta assorto e poi dice: “Donna Lina, facciamo una gara, io vi faccio assaggiare il mio e voi il vostro!”. “Va bene!”. Il notaio rientra e poi torna con un paniere e una tazzina e strilla: “Siete pronta?”. “Sto arrivando!”. Beniamino si agita: “Chiste song pazze!”, ma il notaio lo zittisce: “Aiutaci, prendi una mazza di scopa e infilala nel nodo scorsoio che sto preparando!”, Beniamino comincia ad agitare nell’aria la scopa, la platea si diverte e incita, finché l’incrocio dei panieri avviene con successo. Cala il silenzio. Appena finito di bere, i due si guardano, la platea chiede: “E allora?”, quasi all’unisono rispondono: “Anche il vostro è una vera crema!” e Beniamino: “E meno male… dopo tutta st’ammuina erano pure na ciofeca sti ccafè!”.
_________________________________________________________________________
Normalità                                                                                             inizio / fine

“Ma è normale!”, una voce esclamò alle sue spalle. Si girò: la donna, che aveva pronunciato con convinzione quelle parole, sedeva con le gambe accavallate al tavolo di fronte al loro. Lo sguardo, avvampato da quella certezza, dava al suo volto l’aspetto di una zucca di Hallowe’en, due occhi cerchiati con la matita nera e la bocca aperta da piccole maniglie rosso fuoco al posto delle labbra: due strisce di gelatina carnosasospese sotto il naso all’insù. “Sì, è normale, chiunque si sarebbe comportato così!”, rispondeva l’uomo, per il quale lei recitava, in quel momento, la sua parte.
Giovanni li guardava di sguincio, cercando di ascoltare quel dialogo sulla normalità che tanto interessava ad entrambi. Il cameriere si avvicinò al tavolo: “Il solito?”, chiese sorridendo, “Sì, grazie”, risposero all’unisono, riprendendo il loro dialogo sulla normalità. “Lei si sarà sentita sfinita, al punto di perdere quel poco di senno che le era rimasto, dopo quei mesi così difficili… lui deve averla esasperata con quelle sue continue e ossessive richieste che non stavano né in cielo né in terra…” “Quali richieste?” “Ma come, non lo sai?”, la donna si avvicinò all’orecchio di lui per sussurrargli parole segrete, lui sgranò gli occhi alla rivelazione, si scostò e disse: “Ah ecco perché lo ha denunciato!”. “Insomma… è normale che sia successo tutto questo!”, lei ribadì. Ora, Giovanni si soffermò sulla faccia dell’uomo – in gola, un nodo di cravatta ben stretto, di quelli che quando li disfi sembra ti venga in mano anche il colletto della camicia – e gli sembrò “confezionato” con il serio rigore della “normalità”. Giovanni si guardò intorno, senza fare più attenzione a quella sfilza di asserzioni sulla “normalità” di quei due che aveva di fronte. Il locale era di quelli “normali”… ancora una volta l’aggettivo gli risuonò nel cervello come una tromba d’aria devastante qualsiasi fantasia; era “normale” nell’epoca dei caffè della catena CULTI, dove la gente si cibava di veloci intervalli quotidiani tra insalate, colori e oggetti “new age” dal corpo scarno; era “normale”, per avvolgere nella suadente leggerezza dell’effimero e dell’ofano, i dialoghi tra le persone nutrite da rigide certezze e dall’ “oggettistica” di sguardi e sensazioni; era “normale” per l’epoca in cui, malgrado la lotta al passato nel liberalizzare i costumi, altri conformismi erano subentrati attraverso la sclerotica omologazione, quella che, per la sua invadenza dentro l’Io, ti percorre le ossa paralizzandoti; era “normale” per tutti coloro che trovavano piacevole ritrovarsi in questi tipi di luoghi per sussurrare alle orecchie dell’altro gossip da beceri salotti, incurante del fatto che, con ogni probabilità, quella finta segretezza sarebbe stata smentita poco dopo…
Uscendo dal locale, Giovanni si chiese: “E io, dove andrò a finire, essendo così anormale?”
_________________________________________________________________________
Un'Isola in movimento                                                                        inizio / fine

Chiazze di folla occupavano la piazza, piccoli assembramenti casuali, con gomiti stretti l’uno contro l’altro in uno spazio noto, come se oltre quella linea di confine ci fosse un pericolo in agguato. Lui cercava di schivare i capannelli, perché quel giorno si sentiva un’isola, anche se quegli assembramenti di volti, corpi, gesti e parole così vicini a lui, gli facevano sentire la sua mente in attività. Gli sembrava di nuotare in un mare mosso, scegliendo, con l’aiuto del suo pensiero, un’onda calma nella quale cercare un approdo felice.
   Mentre la gente parlava, continuava a camminare affilando l’udito, insinuandosi in realtà fin troppo uguali tra loro, ma dentro quella monotona riproduzione dell’umanità, per uno strano effetto di contrapposizione, egli cavalcava pensieri originali e ironici. Man mano, s’improvvisò, senza nemmeno accorgersene, nella regia di piccole pièces, dove le parole udite gli servivano da canovaccio per inventare dialoghi con risvolti completamente diversi da quelli che aveva sotto gli occhi.
“Non devi prendertela, è fatto così, non si rende conto di ciò che fa’”, mentre lui si divertiva a pensare che quella persona dicesse esattamente il contrario, con un tono e uno sguardo diversi, poi la immaginava vestita in tutt’altro modo e se dall’aspetto credeva di intuirne il mestiere, lo metteva a fare, sul suo palcoscenico immaginario, un’occupazione diametralmente opposta. Più si avvicinava a quei capannelli, stando sempre attento a non esserne sfiorato, più questo gioco s’infittiva, raccogliendo battute e argomenti all’ordine del giorno. I circuiti principali dei dialoghi roteavano su due perni fissi: amore e denaro. “Niente di male”, pensava tra sé, ma ciò che rendeva tutto estremamente rigido ai suoi occhi erano le soluzioni, che quelle bocche proponevano, per riuscire a navigare nelle sventure prodotte e dal primo e dal secondo, soluzioni che gli sembravano senza forza e senza novità, delle specie di prodotti sotto vuoto, insapori, ingerite solo per bisogno di sopravvivenza. Davanti a quel copione a trama fissa, la sua mente slittava verso universi improbabili, irrompendo, ironica, a tratteggiare fisionomie fantastiche, eroi ed eroine capaci di ben altre parole e azioni. Egli aveva bisogno di quel vitale espediente per non sentirsi un numero abbandonato sul selciato di quella splendida piazza con fontane seicentesche, sagomate dal dirompere delle pietre e del genio che le aveva create. Al tramonto, quelle silhouettes si allontanarono come fragili fili rimossi dal vento, andandosene ognuno con le proprie gambe, anche se a lui sembrarono fili sottili di carta leggera troppo evanescente per potergli ricordare il senso corposo e reale della vita. Così solo, si guardò intorno e finalmente sentì che quell’approdo felice di cui era in cerca, era dentro di lui.
_________________________________________________________________________
Una valigia piena di paure                                                                  inizio / fine

Era riuscita in pochi  minuti a trasformare i 20 mq della camera da letto in uno dei templi più significativi della sua inquietudine, ma tutto questo sarebbe stato leggibile solo da un osservatore esperto davanti a una psiche in subbuglio. Nel suo caso non aveva nessuno, a portata di mano, che la inducesse a farla riflettere contro quello specchio di se stessa e ora sguazzava tra colori e tipi di stoffe che, toccati  dalle sue dita  irrequiete, sembravano elettrizzarsi e uscire dalla trama del proprio tessuto. In fondo, stava solo preparando una valigia per i suoi soliti viaggi di lavoro.
Questa routine era diventata per lei un normale riflesso condizionato e tale restava visto che non c’era chi potesse scrutarla, oltrepassando la zona periferica del suo essere. Le braccia continuavano ad afferrare oggetti dall’armadio a gran velocità e lo sguardo a dare rapide occhiate a tutto, sbaragliando nella mente pensieri altrettanto agitati e confusi, che saltavano a pié pari quelle forme, ormai ingigantite, dei suoi reali e ingolfati meccanismi interiori.
    La valigia era già stracolma di tutto, con una cerniera ai limiti della sopportazione e dentro vi era anche tutta la sua inconsapevolezza come silenziatore delle proprie paure. Vi aveva messo ogni ben di Dio, o meglio, ogni bene del sistema in cui viveva, che, con spot pubblicitari, ti sbatteva in faccia il volto di una donna stracciato da crepe per inesorabile perdita di elasticità e allora… quel volto diventava il suo e giù in valigia crema per la notte, per il giorno, maschera da applicare prima dell’uscita serale, e, per questa, vestito di seta o di chiffon o di maglia o di lino o nero o rosso o bianco o marrone o… o…  Al check-in quella valigia non l’avrebbero fatta passare di certo per un bagaglio a mano. Ah, questo benedetto sistema che ti diceva come non ingrassare, non invecchiare, non ammalarsi, non annoiarsi, essere in tiro con la vita! Lei riusciva a rispondere solo trasformando le sue braccia in argani inossidabili per trainare quel malloppo di cose per assecondare i suoi bisogni fisici, che non erano altro che eruzioni di sconnessioni psichiche.
    La sua vita scorreva sbattuta di qua e di là, mentre il nodo centrale di tutto il suo essere si torceva con nuovo vigore, senza che nessuna reale soluzione le venisse in aiuto dal sistema al quale si era uniformata. Qualsiasi imperfezione del suo corpo veniva spedita al cervello che archiviava file pieni di una troppo accelerata biografia di se stessa. La scena della sua camera da letto, prima di partire, si ripeteva ogni settimana, finché un giorno non le si parò davanti l’unico specchio che non aveva mai fatto carte con gli spot pubblicitari: quello dall’anima… e allora, scrutando nei cristalli di due lacrime spesse ella intravide infine la sua reale palude interiore.
_________________________________________________________________________
Segreti affidati alle sottili pareti dell'io                                              inizio / fine

Quella mattina l’aveva pregata di tacere: senza il silenzio, infatti, la sua vita sarebbe diventata l’alimento di molesti avventori, l’unica arnia intorno alla quale molti cervelli avrebbero ronzato. Quel giorno, tra odori e sapori, la primavera saltellava sui sensi.
Avevano appuntamento al solito caffè, dove il mare invadeva gli occhi fino al punto di liberare farfalle nell’anima: il loro dolcissimo svolazzare aveva portato Magda a parlare a Simona, l’amica di sempre, della sua relazione con un uomo sposato. Il cappuccino fumava ancora caldo e schiumoso, quando, al suono della sensazionale notizia, Simona aveva fatto ricadere la tazza sul piattino, riversandone il contenuto. Un brivido l’aveva scossa, mentre Magda iniziava a raccontare, per filo e per segno, ogni passo della sua storia, non senza calde raccomandazioni sull’assoluta importanza del patto di silenzio che ora sigillava con lei. Man mano che il racconto completava la trama, Simona aveva sentito una specie di corpo estraneo entrarle dentro. Per tutto il tempo, si erano scambiate le gioie e le promesse di una salda complicità, poi, all’incrocio della piazza, si erano separate con lo sguardo splendente di una vita nuova: per Magda vissuta in prima persona, mentre per Simona gustata di riflesso. I giorni erano trascorsi scambiandosi altre notizie: grazie a quella fragranza assaporata in compagnia, Magda sentiva di dare ancora più corpo alla sua storia. Erano ormai alle soglie dell’estate e Simona notava una luce sottile, ma intensa, sulla pelle dell’amica. Ogni volta, dopo i loro incontri, appena rientrata in casa, sfidava, allo specchio, la propria immagine annerita, invece, da una sorta di malumore. Poi, la cosa si aggravò quando non fu solo lei a notare quella luce dorata sul volto di Magda, quando altre voci si accavallarono l’una sull’altra per un incrocio sonoro che diventava sempre più insopportabile. Quel segreto, divenuto il più grosso e subdolo roditore della propria vita, era, ormai, l’onnipresente fantasma della sua solitudine. Pensò e ripensò sul modo di uscire da quella prostrazione, finché non decise di non andare più all’appuntamento con l’amica. Ora Magda guardava il mare da sola, chiedendosi il motivo di quella ostinata assenza: fu una ricerca davvero estenuante finché, portata da un’onda più alta, ella non captò la risposta come un radar che segnala la presenza di uno scoglio dalla punta minacciosa, eretta fuori dall’acqua, contro il sangue del cuore di Simona. “Anch’io, forse, non vorrei vivere di riflesso”, pensò, “Anche se, in fondo, è molto scomodo sentirsi così incatenati l’uno all’altro”. Poi, un’onda più calma chiuse questo pensiero come una palpebra, lasciandola con gli occhi chiusi sulla sua, intima e sotterranea storia: “È giusto così”, mormorò una luce interiore, “Silenzio, vuole silenzio!”.
_________________________________________________________________________
Alla fiera delle faccie tra sogno e realtà                                                    inizio / fine

La giornata va… Ma dove? Aeroporti, stazioni, supermercati, negozi, cinema… la gente va. anche lei va, ma sente qualcosa che invece “non” va. Si guarda intorno, cerca uno spiraglio che le possa far riconoscere una specie di assonanza con un’altra faccia, dove si legga, proprio come sulla sua, che qualcosa “non” va, e, per incanto, le spieghi cos’è mai “quel qualcosa che non va”.
Si scosta, appartandosi in un angolo, per guardare il fiume avanzare da una piena impazzita dove, ai suoi occhi, quelle stesse facce diventano, come nelle tele di De Chirico, delle specie di uova lisce e oblunghe; allora pensa: “Ecco! Basterebbe una magia, una pennellata e via“. Guarda l’orologio, è tardi, deve proprio andare, il suo treno parte tra dieci minuti. Si rimette nel flusso stando attenta a non inciampare nei trolley che sembrano bombe a mano semoventi contro gli stinchi. Lei ha tutto sulle piccole spalle, una borsa da un lato e una dall’altro e cosi, quasi fiera di pendere questa decisione , alza davanti a se le braccia per proteggersi e farsi largo. A questo gesto insolito, la gente la guarda e si scansa, lo stupore regna sovrano, perché, forse, crede di trovarsi nel mezzo di una simulazione antiterrorismo, ma finalmente è fatta: lei ha trovato un percorso senza ostacoli. Sale sul treno, prende posto, ora le facce sono contratte nello sforzo di infilare i trolley negli spazzi stretti del portabagagli: quanta ostinazione nell’insistere! Al loro posto lei avrebbe già sistemato il bagaglio sotto i piedi. Si e finalmente seduta con una sola gran voglia nel cuore, chiudere gli occhi, dormire dondolata dal rullo vibrante di quella specie di scatola aerodinamica che è un ETR. Si sveglia alla stazione di arrivo. Grazie a quella corroborante dormita le sembra di non aver nemmeno fatto il viaggio, di essere saltata da un posto all’altro attraverso il corpo astrale… si sente leggera, ma durante la notte accade qualcosa di strano: sogna un’immensa cattedrale gotica stracolma di facce mostruose che si susseguono contro la sua faccia e dove le bocche si deformano agitandosi, senza che nessun suono esca a solcare l’aria, ma anche lei si agita senza parole, è diventata un fantoccio. Di colpo si sveglia, ora le è tutto chiaro, sa ciò che deve fare subito: dovrà da oggi e per sempre, alzare ancora più in alto quelle braccia forti e dritte avanti a sé e farsi largo!
_________________________________________________________________________
Inno alla notte                                                                                                  inizio / fine

Era sempre la notte a ridarle la sua anima perduta, a farle riaffiorare la fisionomia di se stessa, a sanare le lacerazioni del giorno. In qualsiasi stagione e ovunque si trovasse, lei sentiva, a fior di pelle e di cervello, quel passaggio soffice, ma deciso, attraverso le ore del tramonto, discreto e lento, di quelli di cui gli esseri umani non conoscono più la trama né il tempo…
Era stupita che, nonostante il corpo scuro, disegnato da ombre di ogni forma, ella provasse, al suo cospetto, una forza rinnovata, con la certezza che, in quelle ore, il proprio corpo si riempisse di luce. Il pensiero si stendeva sulle cose con facilità e limpidezza… E allora, quelle nere scie di sofferenza che, per qualche tempo, si erano depositate dentro di lei, svanivano, indicando, fulminee, la strada da imboccare per spedirle al macero. La notte, un velo blu sulle immagini di una realtà stanca e sfibrata dal giorno… la notte, la grande isola oscura, dove lasciare scivolare l’ultimo assordante ronzìo intorno alle tempie… la notte, che parlava col suo vivo silenzio, materializzando il cuscino dei sogni… Di notte, campagna o città, mare o monti, impavida regina dei luoghi del mondo e di quelli dell’anima, ella dondolava il suo io in una culla di pace. Echi di suoni sbiaditi da posti lontani giungevano a battere alla porta della sua immaginazione, per fare entrare storie create da un guizzo del cervello: in lei si apriva il grande varco per comunicare con gli esseri umani, penetrando urla udite davanti alla sofferenza del mondo o risa soffiate dallo spazio, davanti a un gioco, a una festa, a una pausa al dolore. Il sipario si alzava e tutta se stessa irrompeva nell’aria, sospendendola nel sentimento di sé, tirandola in alto verso il cielo, da dove, tra una stella e un’altra, si guardava nella sua nudità interiore. I profumi d’estate erano propaggini naturali del suo sentirsi dentro l’universo, la caducità dell’autunno l’ammonimento alla sua presunzione di donna forte e avvilita dalla scarna realtà. Quanto vigore scendeva sul mondo da quella mano trascendente che, tra le rozze volontà dell’uomo, riusciva ancora a lasciare imperturbato il tragitto arcano degli astri, senza trasformarli in sospensioni virtuali! Quella danza di luci notturne era il sano ricordo della Genesi, il libro dettato dalla bocca primordiale che aveva rischiato se stessa  abbandonandosi alla sua geniale Invenzione. Solo così, solo dentro il grande magma oscuro, ella ritrovava quel liquido nutritivo per camminare, il giorno dopo, nella realtà trafitta dalle mistificazioni umane: corse veloci verso niente, parole ofane figlie di un inesistente tutto… e invece, a sera, solo a sera, il silenzio e infine la luce… sulle città, sulle campagne, sui villaggi, sull’Io…
_________________________________________________________________________
Opera d'arte                                                                                                  inizio / fine

Ti ho avuto per tutto il giorno sulla pelle del cuore, ti  ho rincorso nei posti a noi  conosciuti, ti ho ritratto a segni indelebili, con la volontà di smarrire ogni cosa superflua... Ho girato per le mie stanze vuote in preda ad una splendida tristezza, un sottile crescendo di sensazioni confuse, girandole di te ovunque. Ti ho pedinato, non volendo cercare nel nostro futuro niente che non fosse uguale a oggi, immaginando solo quello che di più potrà esserci tra noi. Sulla tua pelle le mie dita hanno seguito i tuoi tragitti, palpando e succhiando dai pori dischiusi fiotti di sensualità; ho ammirato, dentro la luce soffusa dell’intimità, i nostri corpi uniti, linee intrecciate e trascendenti: non ho mai conosciuto altro con tanta forza nella vita.
Ti ho raccontato cose mai dette, cammino per te senza silenzi: questo è un vero spaccio d’amore, del quale tu hai l’esclusiva. Credo ci sia una Storia nascosta, scritta in nessun libro, è la Storia di quelli che non si costruiscono addosso trappole raccontando a se stessi bugie di se stessi; gli scaffali sono semi vuoti, perché la gente non ha coraggio: su quegli scaffali c’è il nostro libro; è il primo in alto a destra, prendilo: sul frontespizio è scritto: ”OPERA D’ARTE!”
_________________________________________________________________________
I tulipani rossi                                                                                               inizio / fine

Lei era lì, ma non c’era, fin dalla prima infanzia in cui, come le avevano detto, dormiva molto e si svegliava solo per mangiare: un batuffolo di capelli nero corvino sugli occhi castani e una pelle dalla luce chiara per tutto il piccolo corpo tondo e ciotto come una luna. Abbracciava e sorrideva quando qualcuno si accorgeva di lei. Il mondo le sembrava un gioco strano, perché vedeva gli adulti affaccendati in cose la cui visione era per lei onirica.
Un abbraccio, comunque, tirava fuori l’umanità da un andirivieni organizzato e rigido, davanti al quale preferiva mangiare e dormire. Gli anni passarono e senza che lei se ne accorgesse aveva creato la sua felicità restandone lontana, vivendo in un giardino: aveva giaciuto nella sua solitudine come distesa su dei tulipani rossi, completamente appagata alla vista e al tatto. Fu difficile capire come si doveva organizzare non appena entrata nella pubertà, così restia a mettere da parte quei tulipani rossi. L’alone onirico che aveva avvolto la realtà esterna fino ad allora cedette il passo a una pesantezza che sembrava non allentarsi in nessun punto della trama; il mondo intorno le sembrava esangue, eppure sapeva che poteva esservi un’essenza vitale, ma che era difficile sentirla: quella realtà succhiava, in ogni sua manifestazione, l’essenza dei suoi tulipani rossi per risputarla fuori annerita e senza nerbo. Per non soccombere avrebbe fatto un patto col diavolo: cominciò a passare al setaccio ciò che aveva davanti e tra un buco e l’altro lasciò aperte le strade per lasciare andare via ciò che non le serviva per vivere e mise dei fili di sostegno per non far deteriorare il meccanismo tutto da lei inventato. Ne fu estremamente fiera e lo attaccò al cuore, in modo che quei fili fossero rinvigoriti dal battito. La macchina doveva essere molto resistente, mentre i suoi tulipani rossi continuavano a darle il puro piacere libero, infantile, non gestito mai dal bisogno di provare piacere.
_________________________________________________________________________
Lettera d'amore                                                                                             inizio / fine

Tu ed io increduli, ma alla ricerca di una storia inedita tra due intimità. Al telefono le parole si allontanano dal centro, deragliando verso una comunicazione leggera, ferma tra silenzi pieni. Ho paura di abbandonarmi a credere che il tono della tua voce tradisca il reale desiderio di un sentimento che inizia a mettersi in cammino. Spesso, ripercorro queste nostre conversazioni pensando, con ironia, alla migliore cinematografia francese, dove, oltre al dialogo tra i protagonisti, appaiono le didascalie per tradurre il loro pensiero, il non detto delle loro menti. Per circa tre mesi questo è il copione, un tempo infinito, fino a quando, per la prima volta, le parole non si uniscono al pensiero con una semplice espressione, pura come acqua di fonte: “Ti voglio bene”.
Ci incontriamo dopo una settimana: ore in sequenza che io ho scavalcato in groppa ad una tensione ora languida ora vibrante, tra le immagini del tuo volto ricoperto dal primo bacio, dalla prima carezza. Sono tentativi di previsioni che annodano l’anima con un nastro per un regalo che si apre lentamente, sotto la paura delle nostre dita.
Arrivo all’incontro con le mani candide e pronte, già bagnate d’emozioni.
Entro nella stanza, ti trovo impaurito, ma subito comprendo che questa paura è in te da sempre, da prima di me: è quella che per noi umani gira intorno all’ignoto. Ti tuffi nel rischio, guardingo davanti al volo, prima di accogliere il tuo tumulto. Io sono là, forte e impavida ma riservata… solo un istante e questa diversità viene annullata dalle nostre labbra, gli occhi si chiudono poggiandosi anch’essi sulle bocche morbide, avidi di riposo: desiderano sentire senza guardare. I baci si susseguono, gli occhi si riaprono, vedono solo noi e si richiudono umidi di gioia: è la luce attraverso la quale ora guarda anche l’anima.
In questa nuova stanza della mia vita comincio a raccogliere dal tuo io abbandonato, sento vibrare antiche sofferenze, inganni e ferite, ti lascio intravedere le mie, ma già so che in questo nostro spazio ogni sangue versato si rapprenderà vergognandosi del suo lacerante corpo.
È ora di lasciarci, ci guardiamo intorno, usciamo lasciando la porta socchiusa: in strada il mondo sembra guardare solo noi.
_________________________________________________________________________
Il Caffè, un rito che supera la storia                                                          inizio / fine
 
Roma – Ciack si scrive - 20/01/2006

Notte fonda e afosa, le finestre sono aperte: le finestre di casa Auriemma due caffettiere, una “napoletana” e una “moka”. La donna guarda la ragazza continuando i suoi gesti lenti su quei tre pezzi di latta ammaccati.
Giù nel cortile, Beniamino, il guardiano notturno, ammira le stelle. Ogni notte, puntuale, si siede sulla sdraia aspettando l’inconfondibile odore del caffè che proviene da quella cucina e dopo averne inalato a sorsate l’aroma, come antipasto, entra nella guardiola per preparare il “suo” caffè alla napoletana. Nonna Lina si affaccia, dà un occhiata alla sdraio vuota e pensa: “Anche stasera il mio caffè è stato per lui un richiamo”. Entra il genero con il cuore e le narici aperte: la lunga scia lo ha raggiunto dall’altra parte dell’appartamento; sfregandosi le mani dice: “Nonna Lina, datemi la vostra delizia!” Poi, rivolto alla figlia: “non sai cosa ti perdi, Gianna mia, il progresso si…” “Ma il palato supera la storia!”, echeggia la figlia con quella frase ripetuta ogni santa notte. “Mammà, come fate a incastrare quei pezzi mezzi rotti?” il genero chiede ancora, ma, prima che la donna risponda, entra la moglie e dice canzonandola: “Ne so tutte le vie, quelle dritte e quelle storte”. “Già” - replica la donna - “dite, dite … eppure appena sentite l’odore, uscite fuori dalle celle come monaci in cerca di peccato!”. Ridono fragorosamente. Il baccano desta la curiosità dei vicini: una ad una si illuminano le stanze sul ballatoio, i condomini si affacciano. “Scusate il baccano, ma qui mi vogliono far credere che è più buono il caffè della “moka”!”, lei esclama dal balcone. Allora, il notaio esce a mostrare al pubblico la “sua” napoletana: “Vedo che anche la vostra è ammaccata?!”, dice la nonna. “È chiaro! Queste ammaccature sono Storia!”, lui risponde. Resta assorto e poi dice: “Donna Lina, facciamo una gara, io vi faccio assaggiare il mio e voi il vostro!”. “Va bene!”. Il notaio rientra e poi torna con un paniere e una tazzina e strilla: “Siete pronta?”. “Sto arrivando!”. Beniamino si agita: “Chiste so pazze!”, ma il notaio lo zittisce: “Aiutaci, prendi una mazza di scopa e infilala nel nodo scorsoio che sto preparando!”, Beniamino comincia ad agitare nell’aria la scopa, la platea si diverte e incita, finché l’incrocio dei panieri avviene con successo. Cala il silenzio. Appena finito di bere, i due si guardano, la platea chiede: “E allora?”, quasi all’unisono rispondono: “anche il vostro è una vera crema!” e Beniamino: “e menomale… dopo tutta st’ammuina erano pure na ciofeca sti ccaffè!”.
_________________________________________________________________________
Quel mercoledì: Il giorno del facile proibito                                             inizio / fine
 
Roma – Ciack si scrive - 03/02/2006

Si incontrarono per caso: era inimmaginabile che proprio loro due potessero avere una relazione…ma, in fondo, a pensarci bene, una sera, sotto le sue calde coperte, pensò che tanto inimmaginabile non fosse e si addormentò con questa convinzione, tra le braccia di un sogno teneramente erotico. Il giorno dopo ricordò il sorriso di lui allora, quando non avrebbe potuto essere altro che quello di un amico di famiglia, ma adesso, in quel sorriso lontano nel tempo, lei vi scorse, invece, un’ombra sfumata, seppur decisa, di desiderio. Eppure egli aveva preso la direzione opposta a quel sorriso per evidenti motivi: con la famiglia di lei condivideva motivi etici per eccellenza: borghesi; e poi era giunta l’ora per lui, come si diceva ab aeterno in gergo, di sistemarsi, e ciò non sarebbe potuto accadere di certo con una di diciassette anni più giovane di lui. Ne erano passati altri tredici e il tempo aveva eliso le distanze verso l’illusione della normalità nell’espressione di desideri mai appagati. Era partito quindi per la strada delle nozze, con una coda al seguito che era poi finita nel grembo di un lungo letargo e ora quella fisionomia addormentata stava per svegliarsi. Grazie a quella coda egli cominciò a sentire uno strano formicolio dentro verso l’esperienza del pathos e dell’ebbrezza, al punto che, questa volta, il suo corpo e il suo cervello dimenticarono la “sistemazione” e quando la rivide, egli sbrigliò quel sorriso tenuto in cattività.
Fu un susseguirsi di appuntamenti imperiosi e misteriosi: lui le sussurrava all’orecchio un linguaggio spolverato dai tempi moderni, che coprissero quella distanza anagrafica, mentre lei gli rispondeva con uno per lui tanto, ma tanto, speciale… I luoghi dove si incontravano, luoghi più segreti e suburbani, luoghi di pioggia, dalla bieca edilizia, quasi pasoliniane reminiscenze, vennero per un certo tempo rivestiti di bellezza: i rigagnoli più putridi furono prosciugati dalla loro giovinezza e i fischi dei treni sotto le gallerie rinvigorivano l’esaltante inquietudine della loro storia. Ma poi, d’improvviso, quei luoghi ripresero possesso delle loro connotazioni: generalmente si incontravano verso sera e solo un giorno a settimana, un giorno che fu poi da lei definito “il giorno del facile proibito”; dunque, uno di quei giorni lui le telefonò per dirle che aveva bisogno di un ombrello – pioveva, non era fuori di senno – e che la moglie sarebbe andata a prenderlo – con l’ombrello, s’intende, perché non si bagnasse… allora lei pianse e si chiese perché mai quel sorriso non avrebbe potuto diventare un ombrello, ma dopo,  rise tanto da soffocare e capì: quel sorriso non si sarebbe più aperto su di lui. Quella storia finì e lei gli lasciò il “suo” ombrello, che egli avrebbe aperto sempre per non bagnarsi troppo.
_________________________________________________________________________
Una vita al sapor di cioccolato                                                                      inizio / fine

Roma – Ciack si scrive - 17/02/2006

Seduta sul letto, scarta lentamente un vassoio pieno di cioccolatini. Una voce la chiama: “Sara, sbrigati!”, ma l’attrazione è più forte di quella voce…
Si rianima, prende il vassoio e lo ripone nello scaffale. Si dirige verso la porta, ma, scoprendo due macchie di cioccolato sulla gonna, torna indietro: è un vero disastro! Corre in bagno, inumidisce un asciugamano e comincia a picchiettare il tessuto. Si rallegra: tutto sembra a posto, va allo specchio e mima il sorriso adatto a una sposa, ma dalle labbra l’odore del cioccolato le trapassa le narici, un vento fresco ed eccitante la spinge ancora verso quel paradiso al cioccolato; lo tira giù: la sensazione, confusa tra odore e sapore, è più intensa che mai… addenta un altro cioccolatino, mentre guarda il padre giù nel cortile; egli le appare come una didascalia impressa su un prototipo: alta borghesia, portamento elegante, convinzioni assolute, alito inodore, molto poco al cioccolato. Si lecca le labbra.
Apre la finestra per gridargli con dolcezza: “Papi, scusa, un attimo e sono da te!”. “È da tuo marito che devi andare! Sbrigati!”. Ella gli sorride annuendo, ma qualcosa le ronza sospeso a mezz’aria: si tratta, forse, di un pericoloso piacere. Afferra un altro cioccolatino.
Ritorna alla finestra: “ Che bell’uomo!” pensa, notando dettagli sui quali è sempre scivolata, compressa da un pudore necessario al suo rango, dove le tante parole scambiate per anni non sono state altro che rigidi segni, utili a non alterare l’iter “diritto” della famiglia Perelli.
Ora, sente una specie di vibrazione in tutto il corpo, si avvicina al vassoio e ingerisce tre cioccolatini uno dopo l’altro, le papille si dilatano e la mente si espande. Va allo specchio, i suoi occhi cadono sul vestito macchiato, lo fissa in un corpo a corpo, mentre due lacrime salate scendono sulle labbra al cioccolato, a dirle che quel vestito bianco è figlio dell’iter “diritto” della famiglia Perelli e che fra poco dovrà essere lei a rispondere alla domanda: “Vuoi tu? Sara…”, a denti stretti ripete: “Tu!”.
D’improvviso le frasi del padre le tornano alla mente una dopo l’altra, con ritmo lento, ma scandito: “Sei fidanzata ormai da sei anni e ne hai ventisette…” e il primo bottone del corpetto è slacciato. “È ora di prendere una decisione…” e lo è anche il secondo. “ Nella vita il tempo passa senza chiederci scusa…” e il corpetto viene sfilato. “ Hai l’età giusta per fare di figli!” e la gonna è a terra…
Sara guarda quell’anello bianco e molle ai suoi piedi, lo scavalca e poi si gira, mentre, da pura esteta, ne ammira quel cerchio vuoto che risalta sull’antica maiolica picchiettata di blu.
_________________________________________________________________________
E le stelle stanno (ancora) a guardare                                                       inizio / fine

Roma – Ciack si scrive - 10/03/2006

La notte è limpida: tante stelle sospese in disegni intrecciati. Per coloro che guardano, niente è di più gloriosamente “altro” rispetto alla vita di sempre. Piccole dune, spennellate dalla notte, sono le colline intorno. Tra esse, un casale, una splendida scatola di pietra grezza con dentro ogni ben di Dio di cose e persone. È la fine di un anno, il 2004, e l’inizio di un altro: pur nei festeggiamenti, un triste sfondo gioca a palla col proprio io, lanciato in altri pensieri, ma con addosso un’ombra nello sguardo verso la luce delle stelle.
A lei tutto sembra sospeso. È una degli ospiti ma è come se guardasse quel casale dall’esterno, poiché guarda dall’esterno anche se stessa: lo osserva dal viale d’accesso, mentre si guarda dal viale dell’anima per avere, in prospettiva, la stessa simmetria delle colline circostanti.
Che cambio di colori! Il caleiodoscopio annienta le concitate voci dell’interno e avvolge l’umano, sorridendo a tanta vana agitazione: coordinare, sistemare, prendere,  spostare; uomini e donne in movimento… Fuori, i cipressi mandano strali di pace.
Anche “ l’apparire”, verbo effimero in un crescendo epidemico, ha la sua grande parte nel copione della socialità: va curato l’aspetto, la parola, l’atteggiamento brioso, ma il carattere di ognuno, a tratti, emerge in piccole frazioni di abbandono della guardia: il velo cade e svela, senza che l’interessato se ne accorga; ne nasce una specie di quadro naif con una superficie a macchie chiare e scure. In tutti, poi, c’è un pensiero, il pensiero di un cataclisma “epocale”, come ripetono i telegiornali dalle bocche di destra e di sinistra, come se solo davanti alle stragi spariscano le correnti politiche. Le vittime dello tsounami, di pochi giorni prima, si stagliano sugli ospiti sbilanciati che vogliono vedere, capire, sapere, affidare a qualcuno la risposta di questa tragedia, ma, come di consueto, i servizi televisivi riportano gli eventi e nessun sospetto sul fatto che la strage, forse, avrebbe potuto essere di dimensioni inferiori se… Lei pensa di esprimere il suo pensiero, ma poi guarda gli ospiti che le sembrano “ospiti” anche della vita, inconsapevoli persino della propria esistenza e allora crede di non avere il diritto d’irrompere dentro il loro gracile io, pur solo accennando a un’ambigua volontà di “pochi” nel lasciare accadere ciò che possa, nella totale incertezza della catastrofe, mettere in moto un piano economico gigantesco, dove solo quelli che detengono il “controllo” potranno accumulare ricchezza e potere. No, non può parlare: il pubblico non è pronto per simili dichiarazioni, ha bisogno ancora di credere che questo, ormai caracollante, sistema non sia arrivato al punto di beffarsi perfino della morte.
_________________________________________________________________________
Tutti i pericoli dell'alta fedeltà                                                                    inizio / fine

Roma – Ciack si scrive - 13/03/2006

In un salone di 50 mq aveva disposto ogni ben di Dio ad alta fedeltà. Dopo il lavoro, ritornava a casa e si chiudeva in quella stanza con la vista e l’udito immessi nei circuiti della più avanzata tecnologia per un sicuro orgasmo multimediale. Tre stereo, due megaschermi a cristalli liquidi, tre PC di ultimissima generazione, vari cellulari, quattro macchine fotografiche digitali: tutto selezionato per una riproduzione del mondo in nitida realtà virtuale.
Al mattino, prima di uscire, controllava tutte le spie luminose lasciate in stand by, col divieto assoluto, alla moglie, alla figlia e alla domestica di spegnere gli interruttori. Le tre donne, dopo aver tentato di capire il perché di questo ostinato stand by si erano rassegnate a pensare che questo “perché” fosse motivato da precipue ragioni di carattere tecnologico, dettate da una perizia tecnica che non potevano comprendere.
Tuttavia, nutrivano, in silenzio, un certo senso di meraviglia. In seguito, i divieti, si erano moltiplicati al punto che non erano più solo le spie a dover essere lasciate in stand by, ma la stanza stessa, categoricamente chiusa a chiave in sua assenza.
I giorni passavano e i ritiri di lui fra quelle mura diventavano sempre più frequenti, a ispessire uno strato di epidermide in crescita su una vecchia pelle, quella di quando, rientrato in casa, anni prima, aveva infilato le pantofole e letto il giornale, dando confidenza ai suoi familiari solo per cose di necessaria amministrazione.
Adesso, seguiva le notizie via internet, per cui mentre, prima, la sua floscia sagoma, abbandonata sulla poltrona, era stata visibile, ora tutto era, sempre in stand by, chiuso li dentro: di lui non v’era più traccia…
Ma un giorno, ciò che fino a quell’istante era stato fonte di stupore per la moglie, si trasformò in qualcosa che lei, ignara, aveva tenuto in stand by dentro di sé, per molto tempo: approfittando di una trasferta di lavoro del marito, era entrata in quel “tempio” inciampando in un piccolo dizionario di informatica dove, proprio alla voce “stand”, aveva scoperto anche il significato della voce stand-alone:
dispositivo funzionante in modo autonomo, non essendo connesso o dipendente da un computer principale. A queste parole, la sua mente aveva ricevuto un impulso chiarificatore improvviso, dilatando una visione, finora confusa, con una nitidezza ben più esaltante di quella data dalla realtà virtuale in cui si rinchiudeva suo marito: quella sera stessa, al suo rientro, con un meccanismo appunto del tutto autonomo dalla sua vita di moglie, gli disse: “Ho intenzione di staccarmi dal mio computer principale”. “Ma quale, se non hai mai premuto un tasto in vita tua?”. “Appunto, è giunto il m omento, lo faccio adesso… me ne vado!”.
_________________________________________________________________________
La vita nello schermo, danni telecomandati                                              inizio / fine

Roma – Ciack si scrive - 31/03/2006

Anche oggi, dopo aver visto Beautiful, era rimasta con la mente in un vuoto oscuro, perché l’ultima scena era stata tranciata nel bel mezzo di una rivelazione. Questo distacco fulmineo le aveva lasciato il segno di una delusione di cui non conosceva bene la trama e, ora, già desiderava la puntata di domani. Tutto quel benessere e le tresche dei personaggi l’avevano eccitata, proiettandola verso una specie di potere che lei avrebbe dovuto imparare a conquistare: quel mondo di paillettes aveva preso possesso della parte più insicura del suo carattere, adulando quelle potenzialità che desiderava avere, a ogni costo, dentro di sé.
Si alzò, aprì l’armadio e gettò alla rinfusa i vestiti sul letto. Con lo sguardo bramoso e sospeso sul futuro, si osservò allo specchio, prima con un vestito poi con un altro: infine, ne scelse uno vintage, secondo la moda del momento e solo quando si vide, ripresa dal video della sua voglia telecomandata, rassomigliare a uno dei personaggi della sua soap opera preferita, ammiccando a se stessa, chiuse la porta di casa per andare a lavorare nel prestigioso studio legale dove lavorava come praticante.
Salutò in fretta ed entrò nella stanza che condivideva con Elena. La spia del telefono interno si accese: l’avvocato la chiamava dalla stanza accanto. “Buonasera, Simona”. “Buonasera, Avvocato”. “Domani c’è l’udienza contro l’assicurazione, ci vediamo alle 11 davanti al Tribunale”. “D’accordo”. Ritornò nella stanza: sulla scrivania della collega c’era una pila di pratiche tra cui quella di una causa importante. Si sedette, ma poi, come folgorata da un’idea, balzò in piedi e cominciò a cercare la pratica sulla scrivania di Elena. La trovò, la prese, stringendola a sé, mentre il suo cervello si riempiva di una forza mai provata prima, aprì il cassetto e la mise sotto tre fascicoli. Elena rientrò. Sorridendo, Simona le disse: “Quanto lavoro hai da spulciare, poveretta!”, “Già, ma ancora non so di che si tratta”, ella rispose. Era proprio quello che Simona voleva sapere, in modo che avrebbe avuto la scusa pronta: quella pratica l’aveva trovata sulla propria scrivania. Ora, come ogni giorno, aspettava la puntata di Beautiful. Era esaltata, finalmente libera da quel senso di emarginazione davanti ai suoi miti televisivi, perché anche lei era stata capace di operare , senza scrupoli, per una giusta causa: in fondo Elena, in quello studio era arrivata dopo di lei, cosicché ogni nefandezza si rivestiva di una sorta di giustificazione protettiva e il ribaltamento sulla soap opera era completato. Mentre i suoi occhi vagavano da una scena all’altra, senza perdere nessun dettaglio dei suoi modelli definitivi, il suo io si rinvigoriva: ora, infine, poteva cominciare ad annusare quello stesso benessere come parte della “sua”, seppur fotocopiata, esistenza.
_________________________________________________________________________
Sogni al Bar Santos                                                                                    inizio / fine

Roma – Ciack si scrive - 12/05/2006

In un'atmosfera da radical chic di provincia virgola la sua mente vola va in gruppo sogni, che non erano affatto da radical chic, ma da indomita eroina punto come ogni volta che ritornava in quella città, lei lo aspettava al solito bar godendo di quella antica forma di saper sognare a occhi aperti, dove riusciva a captare quelle esaltante trasfigurazione della realtà. Eppure, fuori di lei, c'era un rumore assordante di piattini, tazzine, bicchieri, campanelli del cassetto della cassa, clacson di auto in sosta, bloccate dall'inferno metropolitano… Era in anticipo, lo era sempre, soprattutto quando aspettava lui, perché, per non alterare l'anatomia della vera capacità di sognare, lei percepiva che l'attesa doveva avere la sua parte prima che la sagoma di lui si materializzasse. Si sedeva nello stesso angolo con le spalle a un legno translucido che sapeva di finte foreste, il cui taglio sembrava avere inciso anche le facce degli avventori e da li guardava tutto senza vedere nulla, perché la forma dei voli della sua mente restava intatta.  Così immobile e sospesa, udiva le parole dei sogni che raccontavano se stessi, mischiando il passato recente di quella relazione con un probabile futuro, avvertendo la crescita progressiva di un altro corpo dentro di lei, come se nel ventre prendesse forma una specie di liquido nutritivo, una placenta che garantiva la vita di quei sogni. In quel liquido sprofondava nella pace di un’appagante tensione emozionale che eliminava ogni banalità, ogni stantia routine nelle immaginare il futuro con un uomo: di storie ne aveva avute tante, senza mai permettere che prendessero la forma dell'arredo di quel bar. Poi l'immagine di lui irrompeva: madre natura lo aveva dotato di un'eleganza è una bellezza che davano agli artisti il senso della loro ricerca nell'equilibrio di linee e colori... un cenno di saluto con una leggera inclinazione del capo e poi lei si alzava per seguirlo fuori, attraversando quei rumori assordanti, coperti dal velo dei loro sguardi pieni del desiderio di rivedersi. La vita metropolitana nelle ore di punta le dava un disagio psico-fisico contro il quale aveva creato sempre i suoi antidoti, ampie circonvoluzioni del pensiero per rendersi immune dagli attentati di una realtà così mal congegnata e lui era, in ordine di forza e di tempo, l'antidoto più intenso e più recente contro tanta pochezza. Il bar Santos era il crogiolo di tutti i più deleteri ingredienti della periferia metropolitana, una barriera per il manifestarsi delle fattezze di quei sogni, eppure la presenza di quell'uomo nella sua vita sfumava ogni immagine rimandandola nell'eden delle emozioni, un miracolo che accresceva la speranza nel poter prevedere che quella da storia antico candelabro in oro non si trasformasse in una parure di infissi in alluminio anodizzato.
_________________________________________________________________________
La scatola mediatica                                                                                   inizio / fine

Roma – Ciack si scrive - 28/07/2006

Da anni scriveva testi per soap opera e fiction, o meglio, all'inizio aveva scritto, mentre, ora, digerito ben bene il meccanismo, annotava solo dei punti, degli incroci di trama e su quel modello procedeva variando pochissimi elementi: era questa un’infallibile ricetta con la quale aveva l'umanità in pugno, senza chiedersi più cosa pensasse del genere umano.
Quando comincia una nuova serie, raccolti pochi elementi dalla realtà, spiando, per mimare, attraverso l'uso del tubo catodico, la vita della gente comune, l'invenzione di un nuovo intreccio esplodeva nel suo cervello con la fluidità di un espediente elementare, ottenuto dalla trasposizione della realtà vissuta su quella rappresentata e viceversa. Nel quotidiano, la sua mente registrava i comportamenti degli altri, staccandoli da quesiti filosofici sul perché di certe reazioni fulminee: si trattava di irrefrenabile bisogni che, più che di matrice morale, erano di matrice fisiologica. Da parecchi anni, ormai, la soap opera aveva apportato a tali bisogni ogni tipo di giustificazione comportamentale, anche alle più nefande bassezze, aggiungendo strati di auto-approvazione, proprio perché quegli stessi comportamenti venivano rappresentati da immagini globalmente condivise. La cosa più importante da curare, non era il soggetto della trama, ma la durata dei tempi di esposizione delle scene, in modo che lo spettatore, senza avere la possibilità di riflettere, venisse prima catapultato nel l'intrigo e subito dopo lasciato sospeso nel desiderio di vedere come sarebbe andata a finire. L'utente, rimasto privo del video, si creava un video “immaginativo” fino alla prossima puntata, congestionato un'aspettativa che si decongestionava in un attimo, non appena il programma sarebbe riandato in onda, senza accorgersi che era come se in onda andasse anche lui.
Quante volte il nostro writer aveva applaudito al suo lavoro, sentendo la gente che parlava dei personaggi della soap con un fervore tale da far pensare a una sorta di materializzazione! Ecco la prova che il suo lavoro era davvero ben fatto. Quei momenti magici spruzzavano il nettare della creatività nel suo cervello, mettendo in circolo quegli ormoni deputati, sempre gli stessi, a inventare i prossimi modelli standard, quei prototipi, che avevano il potere di saltare fuori dal monitor il camminare sottobraccio della gente, suggerendo in un orecchio il comportamento giusto. Ormai, facendo questo lavoro da anni, egli puntava dritto come un cane sulla preda, vivendo solo di odori, inconscio del fatto che, con questo giochino, di prede tra le mani lui ne aveva anche un'altra: se stesso, perché se l'avessero trasferito in un altro tipo di programma, forse, avrebbe dovuto accettare, quasi con disperazione, che ormai non sapeva più fare altro.
_________________________________________________________________________
Quei confronti elettorali vissuti porta a porta                                          inizio / fine

Roma – Ciack si scrive - 18/08/2006

Le elezioni erano ormai vicine. Dalle bocche dell'umanità, attraverso domande confuse sul da farsi, le parole volavano sconnesse, sia nei toni che nelle idee. Anche le parti del corpo, mentre la gente parlava, sfrecciavano con foga verso qualcosa che stava sospeso a mezz'aria sulla testa. Era una sorta di corpo spezzato che ognuno cercava di tratteggiare su linee traballanti tra l'interesse personale e un'immagine intatta di fronte a un debole criterio di giustizia condivisa. “Se diamo il voto a...finisce che…”, “se votiamo l’altro succede che…”, con una manciata di dubbi su qualunque previsione.
La data della chiamata alle urne si avvicinava e dall'altra parte della barricata gli operatori politici, di destra, di sinistra, di centro, di centrodestra e di centrosinistra, divisi a loro volta in vari rivoli, - mammamia quanta roba con cui cercare il giusto intendimento - entravano negli appartamenti per un porta a porta persuasivo, sulla maggiore validità del loro programma.
Una sera, solo per caso, scambiandolo per un ricevimento come tutti gli altri, lei si trovò tra quelle partiture tipiche dei comizi da salotto. Il giovane, preposto alla campagna elettorale, sosteneva un candidato di destra, ma in fondo, in quel momento, cercava di sostenere se stesso, non per candidarsi anche lui, ma nello sforzo di scegliere un linguaggio ad effetto. Eppure, da sotto la patina lustra della sua immagine, si avvertiva un certo stridore, una specie di fantasma sibilante che sembrava provenire da un resto di coscienza indisciplinato di colui che parlava, un piccolo folletto che aveva bene oleato il trillare dei suoi campanelli contro le regole della comunicazione vigente, tintinnando, all'insaputa del suo banditore, tra una parola e l'altra. Il tutto si concluse con un fievole battimano da protocollo e il giovane stesso ebbe la sensazione che qualcosa non aveva funzionato. Al rientro, ogni angolo della città gli sembrò nelle mani di un’incuria che non aveva mai notato.Davanti a tanta decadenza, il programma che aveva illustrato con efficacia mi sembrò roboante e vacuo. Ricordava ogni risposta data con un’accuratezza da abile comunicatore e allora si chiese perché sentiva proprio alla bocca dello stomaco una specie di pugno che non sfrecciava in alto, come quei manifesti che raffiguravano con tanto slancio lo slogan della “Rosa nel Pugno”; poi, si soffermò sui simboli di tutti gli altri e notò che c'era proprio quella stessa ostentazione del discorso che aveva appena sentito. Ora, dentro la sua mente, quel folletto che aveva tintinnato durante la sua dimostrazione suonava a gran cassa, comodo e padrone assoluto della situazione: ora, solo ora, sentiva di aver finalmente, di diritto, conquistato il suo posto.
_________________________________________________________________________
In attesa del taxi col cuore ingolfato                                                        inizio / fine

Roma – Ciack si scrive - 25/08/2006

Quante volte aveva sentito quella frase dopo aver digitato il numero di un radio taxi! Ma non aveva mai pensato che, un giorno, tali parole si sarebbero ripresentate all'improvviso nel suo cervello tra una lacrima è un ironico e amaro sorriso... quel giorno sentiva dentro una specie di  serpentello che si agitava in cerca di un posto dove mimetizzarsi, per lavorare indisturbato contro la sua volontà. Lei tentava di ricacciarlo con la mente, pensando ad altro, mentre il disco le ripeteva quella frase, esasperandola con la remota possibilità di riuscire a trovare un taxi.
La città era ingolfata, proprio come si sentiva lei... riagganciò e bastò quel gesto secco sull'apparecchio perché una serie di altre frasi ricordate, che nulla avevano a che vedere con la ricerca di un taxi, si impossessassero prepotenti del suo cervello, portandola, dritta come un siluro, al pensiero di lui.
Ormai, spesso accadeva loro di imbattersi in un dialogo, senza via d'uscita, fatto di parole che, appena fuori dalla bocca, assumevano la stessa rigidità di quelle registrate dal disco del radiotaxi. “Guarda che io, finora non ho mai avuto una storia extraconiugale che durasse tanto!” diceva lui per convincerla del grande amore che provava per lei. “E allora che si fa?”, ella rispondeva sgranando gli occhi contro quell’azzurro intenso dei suoi. “Allora...allora chi sà, tutto può succedere…”, egli replicava.
Gli anni passavano, mentre lei, per non “ perdere, appunto, la priorità acquisita”, rispetto alle altre sue storie extraconiugali, attendeva che “quel tutto può succedere” la portasse lontano da quell’ingorgo di vita in cui si era impiastricciata con lui. Tante volte era rimasta in attesa di un taxi ed era stata costretta a riagganciare, ma mai prima di oggi quel gesto l'aveva messa in diretta comunicazione con la loro storia: quelle parole del disco, le erano tornate indietro a sconquassarle l’anima. Ora su quel muro vedeva tracciata una strada interrotta: non le restava che andare a piedi.
Uscì di casa sbattendo la porta, scese velocemente le scale e si trovò avvolta da un leggero scirocco, una brezza costante che, in punta di piedi ma senza indugio, la fece riflettere con ironia su quali strane associazioni poteva fare un'anima in pena. Pianse, sorrise e rise nello spazio di un secondo, poi, come in uno spot, si vide alzare un braccio e far cenno a un taxi aggiungendo alle parole del disco: “l'importante è riprovarci sempre, prima o poi riuscirò ad andare dove devo!”... E così, bloccata nella visione pubblicitaria che aveva costruito di se stessa, ogni umorale sentimento sparì in una realtà che non le apparteneva più.
Avevate mai pensato che un sistema così disorganizzato, in città sovraffollate, potesse nascondere nel suo seno effetti terapeutici? Lei no.
_________________________________________________________________________
Amicizia e complicità puntando all'amore                                                inizio / fine

Roma – Ciack si scrive - 10/11/2006

Una lingua di terra con il dorso lambito e illuminato dall'acqua:  davanti a quell’ impudica visione romantica, si abbracciarono con la tenerezza della più pura e incondizionata amicizia. Erano entrambi stanchi di doversi privare nel pieno godimento di quelle immagini, consapevoli del fatto che trovarsi lì, senza un’anima gemella, fosse davvero uno spreco.  D'improvviso, lei esclamò: “ Basta, dobbiamo uscire da questo stagno!”. “E come?”. “ Con una strategia”. “ si tratta di amore, non di guerra” egli replicò, “E invece no, è proprio di guerra che si tratta... La combatteremo con i mezzi più efficaci per perseguire il più alto degli ideali”.  Ora lui la guardava con quell'entusiasmo machiavellico con il quale sempre seguiva i suoi consigli: “ ascolta -  ella riprese -  noi due stiamo in una posizione ibrida, perché non siamo né single, né accoppiati... tu ami lei da 2 anni, io amo lui da 5, lei verseggia atteggiamenti amorosi, ma non sa decidersi, lui dice che io sono il grande amore della sua vita, ma non riesce a separarsi... quello che dobbiamo mettere in moto è una specie di meccanismo catarifrangente... sì, dobbiamo essere come una luce grazie alla quale essi possano schivare il più grande alimento ai loro comportamenti distorti, cioè se stessi”. “ Non capisco”,  egli disse molto incuriosito. “Ti faccio un esempio:  quando lei ti dice che non sa decidersi, con l'alibi di mettere a nudo le sue problematiche, tu non contesti e accetti il dato di fatto, il che implica che sarai tu a  cercarla di tanto in tanto, senza alcuna prevedibilità e quando lui, dopo i nostri meravigliosi incontri, mi dà la sensazione che staccarsi da me è la cosa più normale di questa terra, vista la situazione,  io non dovrò far trapelare alcun disappunto, lo lascerò piena del deresponsabilizzante fatalismo espresso dalla sua frase preferita: “chissà, un giorno tutto potrà accadere! e intanto, però, per noi due, lì fuori, c'è il mondo che ci aspetta. Pian piano, sono certa che tutto questo porterà a una soluzione, costi quel che costi”. “Anche se il costo è di perderli?”. “Sì, ma non è detto... penso che talvolta, spiazzare l'altro dia forza a un gioco di cui l'essere umano ha bisogno, una specie di scossa che lo rimetta in moto e così, noi e loro, potremo realmente misurare la tenuta di questo amore, se c'è... e se non c'è, che senso ha continuare un rapporto spezzato, non ti pare?”. “Sì, mi hai convinto, voglio procedere, ma mi dovrai aiutare” “Ci aiuteremo a vicenda, come sempre” ella rispose. Si alzarono, camminarono mano nella mano fino al molo, un faro ruotava alternando visioni di chiaroscuro ovunque: in cielo, in terra, in mare, nella loro anima; lei si fermò e, alzando la voce, disse: “l'obiettivo è fissare la luce al punto giusto!”. Lui l'abbracciò ancora e cominciarono a salire verso la costa, lasciandosi l'ombra alle spalle.
_________________________________________________________________________
Letture annoiate in un'anima da eroe                                                       inizio / fine

Roma – Ciack si scrive - 29/12/2006

Lui il giornale lo leggeva così: scorreva i titoli immaginandone il contenuto, perché, avendo tentato più volte di addentrarsi nel pezzo, aveva provato una sensazione di annoiato disagio. Si soffermava con più attenzione sulla pagina culturale, ma anche in questo caso, non di rado, percepiva una specie di non corrispondenza tra ciò che pensava sull'argomento trattato e ciò che veniva scritto. Per quanto si sforzasse di andare fino in fondo nella lettura, dopo poco, quei due sensi di noia e disagio si incrociavano tra loro alzando un muro contro la comunicazione tra se e una realtà che sembrava impazzita nel presentarsi al lettore con quelle descrizioni dei fatti che egli trovava “ammiccanti” a qualcos'altro, perché spingevano a pensare attraverso la mente di una tendenza politica o, il che era peggio, della massa, senza attenersi alla stretta denuncia del fatto accaduto. Tante volte aveva indagato sulle cause di questa distanza tra sé e le cose del mondo, ma non era mai riuscito a chiarirsele completamente. La figura dell'italiano medio che cominciava la giornata era quella di colui che “doveva” informarsi, che, nelle pause dal lavoro, apriva il quotidiano come parte integrante e fondamentale della sua giornata, per una testa fasciata da notizie di tutti i tipi. Davanti a quelle di cronaca nera, poi, egli sentiva il sangue ribollire ad alta temperatura, perché la sua ipersensibilità non gli lasciava tregua nel restare indifferente ai mali dell'umanità e questo era l'aspetto altruistico della faccenda. Ma sapeva bene di non essere né un santo, né un eroe e di avere, quindi, dentro di sé quell’ aspetto egoistico per sovrintendere alla conservazione della specie, per cui, non appena appresa la tremenda notizia di una tragedia, pensava che il fatto potesse capitare anche a lui. Inoltre, si diceva: “ se proprio io volessi fare un'esperienza da eroe, avrei paura di espormi nell'intervenire, per esempio, a favore di un aggredito”, pensando a tutto quello che potrebbe succedermi dopo avere avuto notizie così dettagliate sulle conseguenze negative di un atteggiamento “incauto” e da questa sua convinzione ne sgorgava subito un'altra, quella che l'essere così bene informato faceva morire quella pura istintualità tipica, appunto, degli eroi. Ma non avrebbe potuto comunicare questo suo pensiero ad anima viva, perché quell'anima che, al contrario di lui, doveva informarsi al dettaglio, senza quella realtà d'appoggio che gli permetteva di “comunicare” con gli altri esseri umani, e quindi di “occupare” il tempo tenendosi lontano dalla noia, l'avrebbe considerato un “emarginato”,  parola, questa, che oggi giorno stava a indicare non un alieno, ma una persona che ci teneva davvero a un istinto di antica conservazione della specie e di umana aggregazione.
_________________________________________________________________________
Libromacchia (libri soffocati)                                                                 inizio / fine

Con passo felpato entra in libreria. C’è tanta di quella confusione che non ha senso camminare quasi in punta di piedi, si tratta, forse, di un riflesso condizionato, ma condizionato da che? Si ferma, ha il cervello in ebollizione, le mani sudate. Valanghe di libri si schiantano contro di lei: diritti, obliqui, con la copertina impudica o con i dorsi allineati, dove chi ha la malaugurata idea di vedere di che si tratta, rimedia un torcicollo, la cui gravità dipende dall’angolatura che si è costretti a tracciare con la testa per tentare di seguire la posizione del libro, in cima o raso terra e, se poi si trova a metà, il collo è ormai distorto per poter arrivare a quell’altezza intermedia.
Lei continua a sentire una sensazione di disaggio, mentre percorre ampi spazzi. Primo piano, secondo, piano terra: il suo disaggio aumenta… Uno spintone la manda dritto in faccia a un ragazzo che si dondola, assorto, su ginocchia rammollite dai calzoni con il cavallo alle caviglie e che sciacqua il suo cervello nelle cuffie: rap, pop, funk, disco… Lei ne fissa lo sguardo per aggrapparsi a un’emozione… niente da fare: quelle cuffie sembrano avergli coperto anche gli occhi specchio, si dice, dell’anima. Al termine della sua solitaria performance non avrà sfogliato neanche mezzo libro. Lei si guarda ancora intorno per prendere tempo, sa di essere entrata li con uno scopo preciso, ma le fa fatica portarlo a compimento, da qui il suo disaggio: deve controllare se c’è il suo testo, si perchè lei scrive. Ama le parole più di se stessa. L’occhio ora le cade su due donne al bar che chiacchierano del più e del meno senza che abbiano tra le mani l’ombra di un libro. Un tizio si alza con lentezza da un divano, ripone un testo: è lì da ore, non lo compra. Lei procede verso lo scaffale: lo sapeva, il suo libro non c’è! Deve proprio chiedere alla commessa, sì sempre la stessa che, ormai, la guarda dall?alto in basso, annoiata, sfatta per quella congerie di parole e parole gettate dappertutto alla rinfusa. Lei viene trafitta da quell’aria “ciabattante” : è un vero colpo al cuore, un singulto nell’anima, che, prima di quel lentissimo viaggio del suo testo sugli scaffali, un viaggio da treno merci, se mai ci arriverà… ha conosciuto, creando, il vero senso della vita. Peccato!
_________________________________________________________________________
|
|
|
|
|
|
|
|
|
francescasifola@gmail.com
Torna ai contenuti | Torna al menu