Notizie - Francesca Sifola

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LUNA PARK

Nel 2001 Francesca Sifola ha pubblicato la raccolta di racconti brevi dal titolo: "Luna Park".
Per la sua attualità discorsiva e ironica, il suo modo di scandagliare la nostra psiche senza veli né orpelli, per questo realismo psicologico, che ne fa un testo attuale in ogni tempo, si è vista l'opportunità di ripubblicarlo con Amazon

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Connessioni
Anteprima del nuovo romanzo di Francesca Sifola

FUOCHI D’ARTIFICIO

Quella notte, nel passaggio dal 2000 al 2001, percepii una strana sensazione: era intensa, ma allo stesso tempo sembrava volatile, come una farfalla che ti tocca e se ne va lasciandoti intontita.
Non era l’euforia di una fine d’anno come tante. Ne avevo alle spalle ben 43: brindisi, fuochi d’artificio, frizzi e lazzi di comuni mortali che si abbracciano e baciano senza sosta; ma mai, davanti a quella follia collettiva di spari umani e artificiali, che solo Napoli sa sopportare a suo rischio e pericolo, mai avevo avuto la sensazione di essere io stessa una specie di bengala, pronta per il lancio.
Fino ad allora avevo assistito a questo tipo di spettacolo con una certa partecipazione, chiedendomi le solite cose da ultimo dell’anno: “Come sarà il prossimo? Com’è stato quello trascorso? Cosa mi auguro che avvenga?”
Insomma, proprio le solite cose, e anche con un certo pudore, perché non amavo le banalità. Ma quella notte c’era dentro di me la percezione intensa di qualcosa in arrivo, qualcosa, invece, di completamente diverso. Come ubriacata da questo messaggio che, per la sua forza, sembrava arrivare da un'altra parte del Cosmo, ma credo fosse proprio così, mi ritrovai a premere il tasto del cellulare per fargli gli auguri.
“Pronto, volevo farle gli auguri di buon anno!”
“Anche a lei!”, rispose cordiale, e poi: “Perché non passa in Piazza Plebiscito per brindare al nuovo anno?”
“Beh, mi farebbe piacere, ma non credo sia possibile in questo momento attraversare la città in fiamme, sono alle Vigne!”
“Belle le Vigne”, rispose, “Comunque le rinnovo i miei auguri, ci sentiamo!”
“Grazie, a presto!”
Pensai che non fosse in sé: anche volendo, come avremmo potuto incontrarci in una Piazza così gremita? Poi mi dissi che, forse, aveva bevuto un goccio di troppo.
Napoli, ai miei piedi, continuava a sparare, mischiando nelle viscere il suo inferno e il suo paradiso di luci, mancava solo che il Vesuvio venisse contagiato da quella follia e che la città più criticata del mondo saltasse nell’acqua del golfo e andasse a fondo per sempre. Davanti a quella cartolina metafisica, che meglio di qualsiasi altra cosa parafrasava il mio stato d’animo, rimasi immobile per un bel po’ di tempo, mentre le voci dei festeggiamenti dalla casa in alto alle mie spalle, facevano da sottofondo, senza essere in grado di esprimere a pieno quel sentimento di forza dal quale ero pervasa. Un buon regista, volendo riprodurre fedelmente l’espressione della mia faccia come didascalia del mio stato interiore, avrebbe scelto una musica morbida, romantica, e non rigidi schiamazzi di una folla affannata. Il mio stato era sublime: toccava la metafisica dell’essere. Non sapevo nemmeno io cosa fosse, ma era di certo uno stato “eccezionale” e radioso.
Lontano da me, ovunque, i bagliori dei fuochi. In acqua, sulla collina e nella città posta nel mezzo. Vicino a me, la mia ombra sul prato scuro e umido che ondeggiava staccata dal suolo. Aspettai che ogni suono si attenuasse e cominciai a scendere verso la strada dove i miei amici avevano parcheggiato l’auto. Ora mi parlavano, coprendo la voce di lui ancora viva in ogni centimetro del mio corpo. Quando mi trovai in strada, una specie di domanda, che aveva voglia di attaccarsi alle pareti del cervello, prese il posto di quell’eco: “Voleva essere un invito?” E ancora: “Come pensava che ci saremmo potuti incontrare in una piazza così gremita?”
Le ore passarono, lo scenario cambiò per ritornare alla normalità dopo l’euforia, ma niente dentro di me riprese il suo solito aspetto. Era come se fossi stata spostata su un altro binario. Nei giorni successivi, la percezione che ci fosse qualcosa in arrivo si rinvigorì al punto che la realtà divenne una specie di corpo estraneo di cui avrei voluto liberarmi. La sentivo come una rigida impalcatura contro ciò che, ormai ero convinta, stava per materializzarsi.

    I MIRACOLI ESISTONO

         Luci soffuse, un lento, una sera.
Dopo aver ballato, nel separarci, trattenni la mia mano nella sua senza accorgermene, muovendola in modo inequivocabile: piccoli tocchi prolungati tra il dorso e il palmo. Per molto tempo non ricordai quei gesti. Solo dopo alcuni mesi, quando lui mimò quel movimento leggero, ma evidente, ne ebbi chiara l’immagine come su uno schermo: ne ridemmo con ironia. La mia anima aveva portato le dita della mano sulla pelle di lui e il mio cervello, con quel che restava di razionale, era stato messo in cantina, per sollevarci da terra. Che beatitudine!
Ormai, da più di due anni, i nostri incontri di lavoro restavano sospesi sulle nostre teste: parole scandite da contratti, norme e leggi, che eravamo costretti a citare, mentre il nostro sguardo si dirigeva verso un altro spazio, che premeva per essere finalmente aperto. Si stava gonfiando per esplodere. Le serrature stavano cedendo.
“Avvocato…”, gli chiedevo, “Che ne dice se facessimo così, così, e così… bla, bla, bla,”, ma Sant’Iddio, quanto pieni di ben altro cominciavano ad essere quei suoni ripetuti come un disco rotto! Lui mi rispondeva a tono, certo, ma il suo sguardo era il ritratto di chi stava andando a impantanarsi nelle sabbie mobili: “Aiuto, sto affondando!”, sembrava dire a se stesso.
Erano stati mesi di un viavai di contratti, ma anche di silenzi e gesti che un altro spazio, spiando, ci inviava per poter capire come fare ad aprirsi il varco, irrompendo nelle nostre vite. Gesti ancora ondeggianti tra cielo e terra. Tra noi, quella che guardava più verso l’Alto ero io e non lui, ma era evidente che, questa volta il suo stare sempre con i piedi per terra stava per indebolirsi. In quanto a me, guardavo sempre verso l’Alto, quando cercavo la direzione giusta da seguire. “Alto”, scritto volutamente con la maiuscola, era per me la sintesi della Forza di tutte le forze, dove dentro c’è tutto, senza che ci sia nessuna religione, ma la Sacralità di ogni forma di esistenza.
Sembravamo due personaggi da fumetto, nonostante le nostre venerande età. Chi ha detto che l’età fa sbiadire quella freschezza di comportamento e di pulsioni? Se non si manifestano più è perché il poveretto o la poveretta che le ha incatenate è un negriero e meriterebbe la gogna per la distruzione insanabile di una riserva naturale. Noi ne eravamo la prova: eravamo lì pronti per essere cotti e mangiati dall’amore. Per pudore non lo scrivo con la a maiuscola.    
La prima volta che l’avevo incontrato, dieci anni prima, era stato proprio lui ad aprirmi la porta dello studio: per poco non ero rimasta paralizzata dalla sua bellezza! Faceva finta di portarsela addosso inconsapevole, quasi con umiltà, ma non era vero niente. Che non fosse vero lo scoprii in un secondo tempo e per ora restai folgorata anche da questa apparente umiltà, come segno di elegante discrezione.
Erano passati circa dieci anni in quasi totale silenzio. Ma la vita spesso ti rimette davanti delle chiare provocazioni, ripetendo se stessa, finché non sei obbligato a svegliarti. Nomi, luoghi, persone, finché non ti obbliga a cambiare rotta.
Chi aveva più paura era lui: come si dice a Roma, io ero più scafata, perché proprio quella vita libera, senza vincoli, con le sue provocazioni, mi aveva resa più audace e resistente alle bidonate che sempre ti dà il volere essere razionale ad ogni costo. Lo so che la gente comune pensa il contrario, che è l’istinto a dartele, ma sono convinta, e il lettore razionale mi perdoni, che è proprio quel pensare piccolo piccolo che due più due fa sempre quattro, a tirarti le menate peggiori. Resti fermo in uno stagno a galleggiare come una papera con troppa poca acqua e quando poi decidi di saltar fuori è troppo tardi e tu ti assolvi attraverso la tipica lamentazione: “Sono proprio sfortunato!” Rifiutato dalla vita? No, solo senso di tempismo zero.     
Dunque, noi ci stavamo svegliando. Finalmente quella razionalità “ferrea”, della quale mi accorsi subito, stava per essere soppressa dalla sua fortissima sessualità, che in quel periodo riuscì a operare dentro di lui una quasi miracolosa trasformazione. Quella sessualità, santa e benedetta, andò dritta tra le mie calde braccia, dentro un pathos di vita a lui sconosciuto. Lo tirai verso di me senza sforzo, in un’acqua ribollente dove iniziò a bere dopo anni di siccità! Divenimmo i nostri stessi sogni: lui il mio e io il suo. Non si poteva chiedere di meglio! Iniziò una storia tanto forte da “magnetizzare la nostra esistenza”, fu come un “centro” attorno al quale roteavano tutte le altre azioni, dai minimi problemi a quelli più pressanti: una specie di paradiso in cui veniva abbellita e resa luminosa la squallida realtà quotidiana, immersa in una follia collettiva senza senso. Cominciammo a giocare alla vita vera.
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Francesca Sifola vince il Premio "Napoli in pagina"

Premio Napoli in Pagina ai migliori narratori napoletani. Tra i finalisti di questa nuova edizione del premio: Annalisa Angelone, Francesca Sifola, Enza Alfano, Serena Venditto.
L'11 luglio 2013 è stato assegnato dall'associazione "Il Globo" presso la Biblioteca del Ceicc-Comune di Napoli presso il Palazzo dei Congressi Federico II, via Partenope 36, il Premio Napoli in Pagina 2013, prestigioso riconoscimento consegnato ai migliori narratori partenopei.
Presidente della giuria Mimmo Liguoro coadiuvato dai giurati, Pietro Gargano, Marco Pellegrini, Annella Prisco Saggiamo, Pietro Treccagnoli.
Francesca Sifola viene premiata per il romanzo "Dietro le spalle", pubblicato con "Edizioni Sabinae".
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francescasifola@gmail.com
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