scrittrice napoletana Francesca Sifola
Sifola Tempo senza maschera
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           Dopo aver scritto vari racconti, finalmente l’autrice napoletana si cimenta col formato letterario del romanzo, l’unico
     strutturalmente adeguato per tracciare il viaggio interiore, oltre ogni categoria ortodossa di spazio e tempo, del protago-
     nista. La proiezione verso un’era futuribile, postmoderna, costellata da automatismi e condizioni di vita artificiali, diviene,
     grazie  all’invenzione  narrativa, veicolo di  un cammino a  ritroso verso la coscienza di sé e del  proprio passato. La mal
     tollerata  abitudine a un  ruolo predeterminato, la  sua accettazione quasi  meccanica  s’infrange  allorquando, in maniera
     inevitabile e forse anche prevedibile, questa sorta di apatia interiore è squassata da una passione profonda e dirompente.
     D’un  tratto cala ogni  maschera, la  vita e il tempo sono abbracciati nella  loro piena schiettezza, in  nome d’uno  amore
     totale e profondo, che prescinde da doveri e necessità. In tal modo, il percorso nello spazio e nel tempo si fa  personale
     e genera segmenti di  interiorità del  protagonista, che sembra  tendere verso un ritorno alla realtà primigenia, più vera di
     quella condivisa e attuale, così artificiosa e illusoria. 
           Cercare di scandagliare la profondità del personaggio ha richiesto all’autrice una prosa essenziale, asciutta, in grado
     di  rendere i  tempi delle  pause, dell’incalzare e delle riflessioni  più  lunghe e meditate. Nonché  una  varietà  di stili che
     paiono adeguarsi ai differenti  momenti e sonorità di  un’inquietudine di  fondo, che caratterizza  tutto il romanzo e i suoi
     fantasmagorici e spesso cupi scenari avveniristici.
       
        Cominciava a  provare strane sensazioni di disagio, voleva  ridere di quello che gli era successo: si era  trovato ridicolo,
   così nudo, ad infilare i pantaloni senza aver  messo le mutande; aveva un gran bisogno di  ridere, ma  più camminava verso
   la banca e più diveniva  serio e cupo. Nel  mezzo di  trasporto vide le  facce che vedeva ogni  giorno come  bloccate dallo
   scatto di una foto, cominciava a credere che il sogno della notte scorsa stesse per mostrare le sue più funeste conseguenze...
   eppure il viso del bambino che aveva visto era splendente, la sua corsa agile, la sua docilità nell’obbedire al  richiamo della
   madre non aveva nulla di remissivo. Queste qualità, senza  essere chiare nella  mente di  Pietro, giravano tutte come dentro
   un vortice luminoso; ricordava  la luce che nel suo fulgore non lo aveva accecato, ma tirato verso un campo magnetico che
   lo guidava senza spingerlo: non c’era nessuna piastra di metallo a spostare Giorgio da un luogo all’altro, eppure lui andava
   dove voleva.
         Tra questi  pensieri,  Pietro  fu  deposto davanti  l’ingresso della  World  Bank. Il  grande  edificio  aprì  la  bocca  per
   inghiottirlo, ma gli specchi, che  rivestivano le  pareti  dal  pavimento al soffitto, quel  giorno, gli  rovesciarono in  faccia  un
   corpo esile e  un  viso incolore, costretti  entrambi  da  una  pelle  che  Pietro sentì  inspiegabilmente  umida. Aveva  ormai
   richiamato l’attenzione di molti  per aver sostato così a lungo davanti alla sua immagine, nessuno passava  accanto a quegli
   specchi se non di  profilo e in estrema  fretta;  ricambiò  lo sguardo e andò a sedersi alla scrivania dietro il bancone, anche 
   se non era quello il suo posto previsto per  le prime ore di  lavoro. Iniziò invece  una  strana operazione: su  della carta  da
   penna, cominciò a scrivere dei  numeri con mano  lenta e malferma; non  riusciva a trovare  lo scatto  necessario  per svin-
   colarsi dalla rigidezza dell'avambraccio, a guadagnare  quell'indipendenza  e agilità di movimento che gli facesse tracciare i
   cerchi del numero otto senza  renderli ovali o i semicerchi del  tre senza dilatare il centro della concavità; la penna, la matic
   2, era  tanto leggera e sottile che egli  la teneva serrata  per non  lasciarla cadere; riassestò  più volte  la presa e ricominciò
   cercando di  liberare l’articolazione della mano così abituata solo a digitare: Pietro voleva  compiere un  sano sforzo fisico;
   chinò ancora un po’ la testa verso il foglio, appoggiò tutto l’avambraccio sulla scrivania e riprese a tracciare  le due circon-
   ferenze intersecantesi dell’otto, i due semicerchi del tre: essi incominciavano ad avere una  forma meno oblunga; copiò più
   volte il  modello che  gli sembrava  meno deforme, fino ad  essere  alquanto compiaciuto del  suo lavoro. Poi  tornò al suo
   lavoro di archivio: digitò fino a sera, tenendo saldo nella mente il ricordo dello sforzo di quell’esercizio.
   pag.18

        L’orologio della Torre di Ferro segnava: “14 luglio 2060”. Pietro lo fissò per alcuni minuti e si stupì, non di quel tempo,
   di quei giorni, di quell’epoca, ma del fatto che mai prima d’ora si era soffermato così a lungo a guardare quell’orologio.
        La banca oggi gli si  ripropose con la volgare austerità di sempre: avrebbe voluto camminare scivolando sul  pavimento
   di fibra di  marmo per  indebolirne  la forza  poggiata  sul  discorso  labile e malato di quelle “cose  morte” - ormai  questa
   definizione gli era entrata nel cervello per assorbire su di sé tutto il suo malessere.
        Sulla scrivania  ritrovò la matic 2; prese tra  le mani quell’oggetto senza peso, quella  striscia di  lega, unico  modello di
   penna  rimasto a disposizione  dell’uomo del  ventunesimo secolo, ma solo nei casi  in cui era costretto a scrivere i numeri
   usando il  movimento di  tutta  la  mano; in gergo veniva chiamato “oggetto di emergenza”, utile  in caso di  pausa elettrica.
   Ma con grande stupore Pietro notò che sulla scrivania erano invece spariti tutti i fogli e anche quello su cui aveva trascritto
   i numeri il giorno prima. Spostando lo sguardo vide il pannello luminoso acceso: 323 - impiegato Pietro Macri. Il direttore
   si era messo in comunicazione con  lui e ogni mossa falsa lo avrebbe indotto a un controllo sempre più  fitto sulla sua  per-
   sona: scrivere dei numeri, anziché digitarli, era un’operazione inutile ai fini di  una sempre più sostenuta appropriazione del
   reale.
         La sua scheda riportava oggi:  ricomputerizzazione clienti  anno 2059;  Riccio  Ricci, Paolo  Leni, Fabia Ronghi, Luigi
   Rana, Porfiria Volta, Nuvola Neri, Felice Retta: Pietro digitò questi nomi per quaranta volte fino a che non gli sembrò che
   un omino fosse entrato nel suo cervello e li  ripetesse ininterrottamente, sillabandoli, anche quando ormai aveva smesso di
   digitare.
         In strada la tenacia di quell’omino parve ricaricarsi di altra energia; Pietro giunse all’alloggio esausto. Aveva fame, ma
   fu paralizzato dalla vista dei tubi,che avrebbe dovuto premere nel  settore approvvigionamento, collocato nell’angolo des-
   tro della grande stanza.  Si guardò i polpastrelli e si accorse che erano il doppio dei  bottoni che avrebbe dovuto premere
   sulla tastiera di  polistirolo; in quell’angolo non c’erano  frigoriferi ora, ma ce ne erano stati: li  si apriva e tanti colori, tante
   forme e varietà  di cibo davano all’occhio la  possibilità di scoprire un  particolare che si era  tralasciato, un cibo nascosto
   dietro un  altro e dietro quello un  altro ancora e, se  coperto da carta  spessa, non  si  riusciva a capire cosa  ci  fosse nel
   pacco  prima di averlo più  volte srotolato di vari strati; si restava con  lo sportello del  frigorifero aperto per alcuni  minuti,
   indecisi su cosa mangiare, cosa bere, cosa prendere come condimento - termine questo sostituito ora da rivestimento - la
   percezione di tutto, il suo assumere nitidezza, avveniva  lentamente, con gusto, con  le papille che cominciavano ad  accal-
   darsi, guardando quell’allegra poligamia di colori.
         Davanti a quei tubi di metallo, invece, l’istinto di Pietro era logoro, inseguiva  faticosamente desideri sbiaditi. Colto da
   un senso di nausea, andò a sedersi sulla poltrona.
   pag.21

         Un cancello  chiuso contro la fabbrica di  materiale ferroso: Giorgio, col  braccio destro  alzato, vi  batteva su l’ultimo
   chiodo con il quale fissava un cartello:
         “La Ditta Steno ringrazia tutti coloro che per essa hanno lavorato con dedizione e perseveranza. Chiude per  mancan-
   za di strutture adeguate e per  l’impossibilità  di renderle  tali  e competitive  con quelle  moderne.  Addì  15 maggio 1979.
         Giorgio era  restato a guardare quel  mondo dal  quale si  allontanava, poi era tornato  lentamente verso casa, dove la
   madre era lì ad aspettarlo, piena di rispetto e paura per quel gesto. “Tutto a posto?” la donna  aveva  chiesto con la  voce
   calda di sempre; “Sì”, Giorgio aveva risposto, sedendosi accanto a lei...
         Ma quella notte Pietro aveva visto il volto di Giorgio sdoppiarsi nelle fattezze di un altro volto.
         Dietro l’immagine sfumata della  forma onirica i fatti narrati  divenivano sempre più  precisi, segnati da un’esatta scan-
   sione  temporale e quell’ “Addì, 15 maggio 1979” era  il  giorno  del  “grande gesto” di  Giorgio  Steno; anche  lui, Pietro
   Macri, avrebbe dovuto ricordarsi del “14 luglio 2060”, il giorno in cui  aveva  scelto di opporsi  a  una  realtà dove si era
   “trovato” a  vivere: lo sguardo  del  bambino che con  la  mano al  padre  attraversava  la fabbrica, andava oltre i pezzi di
   ferro  modellati  dalle  macchine e assomigliava  tanto al suo sguardo durante gli  ultimi  giorni  di  lavoro presso la World
   Bank.
          Mentre si  riscopriva  in Giorgio, Pietro viveva  un momento “speciale”, in cui il pensiero si espandeva a maggiore in-
   tendimento, ingrandiva le  maglie di eventi che una  vista  addormentata  dal quotidiano  non avrebbe  potuto  individuare;
   anche il movimento degli arti pareva più solido e scattante, i suoi nervi vibravano, mentre il cuore accelerava  leggermente
   il battito. Si distese sul letto, cercando di seguire la  fisionomia degli organi interni; trovava esaltante soffermarsi  ad ascol-
   tare  quel  linguaggio  sconosciuto  al  punto  che  avrebbe  desiderato  esplorare  l’interno  del  suo  corpo, il  prodigioso
   meccanismo che pareva essersi dissolto sotto la pelle dell’uomo del 2060;dietro le palpebre chiuse immaginò tanti piccoli
   canali che si  intrecciavano  fra loro, vide  le giunture delle ossa, il  gonfiore  dei  muscoli  in  attività, le  parti  del  cervello  
   nell’attimo in cui venivano fissate dall’intuizione, e quanti colori! Un leggero sorriso gli comparve agli  angoli  delle  labbra:
   “Tutto questo è mio!”  pensò,  “senza che io abbia  fatto niente  per impossessarmene, ma è giusto far qualcosa  per con-
   servarlo dentro di me come una reliquia degna di memoria”. Era emozionato; indugiò ancora un istante sulla sua scoperta,
   prima di liberare le mani dalla stretta involontaria dei pugni.
   pag.26 
 


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