scrittrice napoletana Francesca Sifola
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       Cominciava a provare strane sensazioni di disagio, voleva ridere di quello che gli era successo: si era trova-
   toridicolo, così nudo, ad infilare i pantaloni senza aver messo le mutande; aveva un gran bisogno di ridere, ma
   più camminava verso la banca e più diveniva serio e cupo. Nel mezzo di trasporto vide le facce che vedeva
   ogni giorno come bloccate dallo scatto di una foto, cominciava a credere che il sogno della notte scorsa stesse
   per mostrare le sue più funeste conseguenze... eppure il viso del bambino che aveva visto era splendente, la
   sua corsa agile, la sua docilità nell’obbedire al richiamo della madre non aveva nulla di remissivo. Queste quali-
   tà, senza essere chiare nella mente di Pietro, giravano tutte come dentro un vortice luminoso; ricordava la luce
   che nel suo fulgore non lo aveva accecato, ma tirato verso un campo magnetico che lo guidava senza spingerlo:
   non c’era nessuna piastra di metallo a spostare Giorgio da un luogo all’altro, eppure lui andava dove voleva.
       Tra questi pensieri, Pietro fu deposto davanti l’ingresso della World Bank. Il grande edificio aprì la bocca
   per inghiottirlo, ma gli specchi, che rivestivano le pareti dal pavimento al soffitto, quel giorno, gli rovesciarono
   in faccia un corpo esile e un viso incolore, costretti entrambi da una pelle che Pietro sentì inspiegabilmente umi-
   da. Aveva ormai richiamato l’attenzione di molti per aver sostato così a lungo davanti alla sua immagine, nessu-
   no passava accanto a quegli specchi se non di profilo e in estrema fretta; ricambiò lo sguardo e andò a sedersi
   alla scrivania dietro il bancone, anche se non era quello il suo posto previsto per le prime ore di lavoro. Iniziò
   invece una strana operazione: su della carta da penna, cominciò a scrivere dei numeri con mano lenta e malfer-
   ma; non riusciva a trovare lo scatto necessario per svincolarsi dalla rigidezza dell'avambraccio, a guadagnare
   quell'indipendenza e agilità di movimento che gli facesse tracciare i cerchi del numero otto senza renderli ovali
   o i semicerchi del tre senza dilatare il centro della concavità; la penna, la matic 2, era tanto leggera e sottile che
   egli la teneva serrata per non lasciarla cadere; riassestò più volte la presa e ricominciò cercando di liberare l’ar-
   ticolazione della mano così abituata solo a digitare: Pietro voleva compiere un sano sforzo fisico; chinò ancora
   un po’ la testa verso il foglio, appoggiò tutto l’avambraccio sulla scrivania e riprese a tracciare le due circonfe-
   renze intersecantesi dell’otto, i due semicerchi del tre: essi incominciavano ad avere una forma meno oblunga;
   copiò più volte il modello che gli sembrava meno deforme, fino ad essere alquanto compiaciuto del suo lavoro.
   Poi tornò al suo lavoro di archivio: digitò fino a sera, tenendo saldo nella mente il ricordo dello sforzo di
   quell’esercizio.
                                                                                                                                                             pag.18

        L’orologio della Torre di Ferro segnava: “14 luglio 2060”. Pietro lo fissò per alcuni minuti e si stupì, non di
   quel tempo, di quei giorni, di quell’epoca, ma del fatto che mai prima d’ora si era soffermato così a lungo a
   guardare quell’orologio.
        La banca oggi gli si ripropose con la volgare austerità di sempre: avrebbe voluto camminare scivolando sul
   pavimento di fibra di marmo per indebolirne la forza poggiata sul discorso labile e malato di quelle “cose mor-
   te” - ormai questa definizione gli era entrata nel cervello per assorbire su di sé tutto il suo malessere.
        Sulla scrivania ritrovò la matic 2; prese tra le mani quell’oggetto senza peso, quella striscia di lega, unico
   modello di penna rimasto a disposizione dell’uomo del ventunesimo secolo, ma solo nei casi in cui era costret-
   to a scrivere i numeri usando il movimento di tutta la mano; in gergo veniva chiamato “oggetto di emergenza”,
   utile in caso di pausa elettrica. Ma con grande stupore Pietro notò che sulla scrivania erano invece spariti tutti
   i fogli e anche quello su cui aveva trascritto i numeri il giorno prima. Spostando lo sguardo vide il pannello lu-
   minoso acceso: 323 - impiegato Pietro Macri. Il direttore si era messo in comunicazione con lui e ogni mossa
   falsa lo avrebbe indotto a un controllo sempre più fitto sulla sua persona: scrivere dei numeri, anziché digitarli,
   era un’operazione inutile ai fini di una sempre più sostenuta appropriazione del reale.
         La sua scheda riportava oggi: ricomputerizzazione clienti anno 2059; Riccio Ricci, Paolo Leni, Fabia Ron-
   ghi, Luigi Rana, Porfiria Volta, Nuvola Neri, Felice Retta: Pietro digitò questi nomi per quaranta volte fino a
   che non gli sembrò che un omino fosse entrato nel suo cervello e li ripetesse ininterrottamente, sillabandoli, an-
   che quando ormai aveva smesso di digitare.
         In strada la tenacia di quell’omino parve ricaricarsi di altra energia; Pietro giunse all’alloggio esausto. Ave-
   va fame, ma fu paralizzato dalla vista dei tubi, che avrebbe dovuto premere nel settore approvvigionamento,
   collocato nell’angolo destro della grande stanza. Si guardò i polpastrelli e si accorse che erano il doppio dei
   bottoni che avrebbe dovuto premere sulla tastiera di polistirolo; in quell’angolo non c’erano frigoriferi ora, ma
   ce ne erano stati: li si apriva e tanti colori, tante forme e varietà di cibo davano all’occhio la possibilità di scop-
   rire un particolare che si era tralasciato, un cibo nascosto dietro un altro e dietro quello un altro ancora e, se
   coperto da carta spessa, non si riusciva a capire cosa ci fosse nel pacco prima di averlo più volte srotolato di
   vari strati; si restava con lo sportello del frigorifero aperto per alcuni minuti, indecisi su cosa mangiare, cosa
   bere, cosa prendere come condimento - termine questo sostituito ora da rivestimento -; la percezione di tutto,
   il suo assumere nitidezza, avveniva lentamente, con gusto, con le papille che cominciavano ad accaldarsi, guar-
   dando quell’allegra poligamia di colori.
         Davanti a quei tubi di metallo, invece, l’istinto di Pietro era logoro, inseguiva faticosamente desideri sbiadi-
   ti. Colto da un senso di nausea, andò a sedersi sulla poltrona.
                                                                                                                                                             pag.21

         Un cancello chiuso contro la fabbrica di materiale ferroso: Giorgio, col braccio destro alzato, vi batteva su
   l’ultimo chiodo con il quale fissava un cartello:
         “La Ditta Steno ringrazia tutti coloro che per essa hanno lavorato con dedizione e perseveranza. Chiude
   per mancanza di strutture adeguate e per l’impossibilità di renderle tali e competitive con quelle moderne. Ad-
   dì 15 maggio 1979.
   Giorgio era restato a guardare quel mondo dal quale si allontanava, poi era tornato lentamente verso casa, do-
   ve la madre era lì ad aspettarlo, piena di rispetto e paura per quel gesto. “Tutto a posto?” la donna aveva
   chiesto con la voce calda di sempre; “Sì”, Giorgio aveva risposto, sedendosi accanto a lei...
         Ma quella notte Pietro aveva visto il volto di Giorgio sdoppiarsi nelle fattezze di un altro volto.
         Dietro l’immagine sfumata della forma onirica i fatti narrati divenivano sempre più precisi, segnati da un’
   esatta scansione temporale e quell’ “Addì, 15 maggio 1979” era il giorno del “grande gesto” di Giorgio Steno;
   anche lui, Pietro Macri, avrebbe dovuto ricordarsi del “14 luglio 2060”, il giorno in cui aveva scelto di oppor-
   si a una realtà dove si era “trovato” a vivere: lo sguardo del bambino che con la mano al padre attraversava la
   fabbrica, andava oltre i pezzi di ferro modellati dalle macchine e assomigliava tanto al suo sguardo durante gli
   ultimi giorni di lavoro presso la World Bank.
          Mentre si riscopriva in Giorgio, Pietro viveva un momento “speciale”, in cui il pensiero si espandeva a
   maggiore intendimento, ingrandiva le maglie di eventi che una vista addormentata dal quotidiano non avrebbe
   potuto ndividuare; anche il movimento degli arti pareva più solido e scattante, i suoi nervi vibravano, mentre il
   cuore accelerava leggermente il battito. Si distese sul letto, cercando di seguire la fisionomia degli organi inter-
   ni; trovava esaltante soffermarsi ad ascoltare quel linguaggio sconosciuto al punto che avrebbe desiderato es-
   plorare l’interno del suo corpo, il prodigioso meccanismo che pareva essersi dissolto sotto la pelle dell’uomo
   del 2060; dietro le palpebre chiuse immaginò tanti piccoli canali che si intrecciavano fra loro, vide le giunture
   delle ossa, il gonfiore dei muscoli in attività, le parti del cervello nell’attimo in cui venivano fissate dall’intuizi-
   one, e quanti colori! Un leggero sorriso gli comparve agli angoli delle labbra: “Tutto questo è mio!” pensò,
   “senza che io abbia fatto niente per impossessarmene, ma è giusto far qualcosa per conservarlo dentro di me
   come una reliquia degna di memoria”. Era emozionato; indugiò ancora un istante sulla sua scoperta, prima di
   liberare le mani dalla stretta involontaria dei pugni.
                                                                                                                                                            pag.26   
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