 |


       
Dopo aver scritto vari racconti, finalmente
l’autrice napoletana si cimenta col formato letterario del romanzo,
l’unico strutturalmente adeguato per tracciare il
viaggio interiore, oltre ogni categoria ortodossa di spazio e tempo,
del protago- nista. La proiezione verso un’era
futuribile, postmoderna, costellata da automatismi e condizioni di vita
artificiali, diviene, grazie all’invenzione
narrativa, veicolo di un cammino a ritroso verso la coscienza di sé e
del proprio passato. La mal tollerata abitudine a un
ruolo predeterminato, la sua accettazione quasi meccanica s’infrange
allorquando, in maniera inevitabile e forse anche
prevedibile, questa sorta di apatia interiore è squassata da una
passione profonda e dirompente. D’un tratto
cala ogni maschera, la vita e il tempo sono abbracciati nella loro
piena schiettezza, in nome d’uno amore totale e
profondo, che prescinde da doveri e necessità. In tal modo, il percorso
nello spazio e nel tempo si fa personale e genera
segmenti di interiorità del protagonista, che sembra tendere verso un
ritorno alla realtà primigenia, più vera di quella condivisa e attuale, così artificiosa e illusoria.
Cercare di scandagliare la profondità del personaggio ha
richiesto all’autrice una prosa essenziale, asciutta, in grado
di rendere i tempi delle pause, dell’incalzare e delle
riflessioni più lunghe e meditate. Nonché una varietà di stili che
paiono adeguarsi ai differenti momenti e sonorità di
un’inquietudine di fondo, che caratterizza tutto il romanzo e i suoi fantasmagorici e spesso cupi scenari avveniristici. |
Cominciava a provare
strane sensazioni di disagio,
voleva ridere di quello che gli era successo: si era trovato ridicolo, così nudo, ad infilare i pantaloni
senza aver messo le mutande; aveva un gran bisogno di ridere, ma più camminava verso la banca e più diveniva serio
e cupo. Nel mezzo di trasporto vide le facce che vedeva ogni giorno come bloccate dallo scatto di una
foto, cominciava a credere che il sogno della notte scorsa stesse per mostrare le sue più funeste conseguenze...
eppure il viso del bambino che aveva visto era splendente, la sua corsa
agile, la sua docilità nell’obbedire al
richiamo della madre non aveva nulla di remissivo. Queste qualità, senza essere chiare nella mente di Pietro,
giravano tutte come dentro un vortice luminoso; ricordava la luce che nel suo fulgore non lo aveva accecato, ma
tirato verso un campo magnetico che lo guidava senza spingerlo: non c’era nessuna piastra di metallo a spostare
Giorgio da un luogo all’altro, eppure lui andava dove voleva.
Tra
questi pensieri, Pietro fu deposto davanti l’ingresso della World Bank.
Il grande edificio aprì la bocca per
inghiottirlo, ma gli specchi, che rivestivano le pareti dal
pavimento al soffitto, quel giorno, gli rovesciarono in faccia un
corpo esile e un viso incolore,
costretti entrambi da una pelle che
Pietro sentì inspiegabilmente umida. Aveva
ormai richiamato l’attenzione di molti
per aver sostato così a lungo davanti alla sua immagine, nessuno passava accanto a quegli
specchi se non di
profilo e in estrema fretta; ricambiò lo
sguardo e andò a sedersi alla scrivania dietro il bancone, anche
se non era
quello il suo posto previsto per le prime ore di lavoro.
Iniziò invece una strana operazione: su della
carta da
penna, cominciò a scrivere dei numeri con
mano lenta e malferma; non riusciva a trovare lo
scatto necessario
per svin- colarsi dalla rigidezza dell'avambraccio, a guadagnare
quell'indipendenza e agilità di movimento che gli
facesse tracciare i cerchi del numero otto senza renderli ovali o i semicerchi del tre senza dilatare il centro
della concavità;
la penna, la matic 2, era tanto leggera e sottile che egli la teneva serrata per non lasciarla cadere;
riassestò più volte la
presa e ricominciò cercando di liberare l’articolazione della mano così abituata solo a
digitare: Pietro voleva compiere un sano sforzo fisico; chinò ancora un po’ la testa verso il foglio, appoggiò tutto l’avambraccio sulla
scrivania e riprese a tracciare le due circon- ferenze intersecantesi dell’otto, i due semicerchi
del tre: essi incominciavano ad avere una forma meno oblunga; copiò più volte il modello che gli sembrava meno
deforme, fino ad essere alquanto compiaciuto del suo lavoro. Poi tornò al suo lavoro di archivio: digitò fino a
sera,
tenendo saldo nella mente il ricordo dello sforzo di quell’esercizio.
pag.18
L’orologio della Torre di Ferro
segnava: “14
luglio 2060”. Pietro lo fissò per alcuni minuti e si stupì, non di quel tempo, di quei giorni, di quell’epoca, ma del
fatto che mai prima d’ora si era soffermato così a lungo a guardare quell’orologio.
La
banca oggi gli si ripropose con la volgare austerità di sempre: avrebbe
voluto camminare scivolando sul pavimento di fibra di marmo per indebolirne la
forza poggiata sul discorso labile e malato di quelle “cose morte” - ormai questa definizione gli era entrata nel
cervello per assorbire su di sé tutto il suo malessere.
Sulla
scrivania ritrovò la matic 2; prese tra le mani quell’oggetto senza
peso, quella striscia di lega, unico modello di penna rimasto a disposizione dell’uomo
del ventunesimo secolo, ma solo nei casi in cui era costretto a scrivere i numeri usando il movimento di
tutta la mano; in gergo veniva chiamato “oggetto di emergenza”, utile in caso di pausa elettrica. Ma con grande
stupore Pietro notò che sulla
scrivania erano invece spariti tutti i fogli e anche quello su cui aveva trascritto i
numeri il giorno prima. Spostando lo sguardo vide il pannello luminoso acceso: 323 - impiegato Pietro Macri. Il
direttore si era messo in comunicazione con lui e ogni mossa falsa lo avrebbe indotto a un controllo sempre più
fitto sulla sua
per- sona: scrivere dei numeri, anziché digitarli, era un’operazione inutile ai fini di una
sempre più sostenuta appropriazione del reale.
La
sua scheda riportava oggi: ricomputerizzazione clienti anno 2059;
Riccio Ricci, Paolo Leni, Fabia Ronghi, Luigi Rana, Porfiria Volta, Nuvola Neri,
Felice Retta: Pietro digitò questi nomi per quaranta volte fino a che non gli sembrò che un omino fosse entrato nel
suo cervello e li ripetesse ininterrottamente, sillabandoli, anche quando ormai aveva smesso di digitare.
In
strada la tenacia di quell’omino parve ricaricarsi di altra energia;
Pietro giunse all’alloggio esausto. Aveva fame, ma
fu paralizzato dalla vista dei tubi,che avrebbe dovuto premere
nel settore approvvigionamento, collocato nell’angolo des- tro della grande stanza.
Si guardò i polpastrelli e si accorse che erano il doppio dei bottoni che avrebbe dovuto premere sulla tastiera
di polistirolo; in
quell’angolo non c’erano frigoriferi ora, ma ce ne erano stati: li si apriva e tanti colori,
tante forme e varietà di
cibo davano all’occhio la possibilità di scoprire un particolare che si era tralasciato, un
cibo nascosto dietro un altro e
dietro quello un altro ancora e, se coperto da carta spessa, non si riusciva a capire
cosa ci fosse nel pacco prima di averlo più volte srotolato di vari strati; si restava con lo sportello del
frigorifero aperto per alcuni minuti, indecisi su cosa mangiare, cosa bere, cosa prendere come condimento - termine
questo sostituito ora da rivestimento - la percezione di tutto, il suo assumere nitidezza, avveniva lentamente,
con gusto, con le papille che cominciavano ad accal- darsi, guardando quell’allegra poligamia di colori.
Davanti
a quei tubi di metallo, invece, l’istinto di Pietro era logoro,
inseguiva faticosamente desideri sbiaditi. Colto da un senso di nausea, andò a
sedersi sulla poltrona.
pag.21
Un cancello chiuso contro la
fabbrica di
materiale ferroso: Giorgio, col braccio destro alzato, vi batteva su l’ultimo chiodo con il quale fissava un cartello:
“La Ditta Steno ringrazia tutti coloro che per essa hanno lavorato con
dedizione e perseveranza. Chiude per mancan-
za di strutture adeguate e per
l’impossibilità di renderle tali e competitive
con quelle moderne. Addì 15 maggio 1979.
Giorgio
era restato a guardare quel mondo dal quale si allontanava, poi era
tornato lentamente verso casa, dove la madre era lì ad aspettarlo, piena di
rispetto e paura per quel gesto. “Tutto a posto?” la donna aveva chiesto con la voce calda di sempre; “Sì”, Giorgio
aveva risposto, sedendosi accanto a lei...
Ma
quella notte Pietro aveva visto il volto di Giorgio sdoppiarsi nelle
fattezze di un altro volto.
Dietro l’immagine sfumata della forma onirica i fatti narrati
divenivano sempre più precisi, segnati da un’esatta scan- sione temporale e quell’ “Addì, 15
maggio 1979” era il giorno del “grande gesto” di Giorgio Steno; anche lui, Pietro Macri, avrebbe dovuto ricordarsi
del “14 luglio 2060”, il giorno
in cui aveva scelto di opporsi a una realtà dove si era
“trovato” a vivere: lo
sguardo del bambino che con la mano al
padre attraversava la fabbrica, andava oltre i pezzi
di ferro modellati
dalle macchine e assomigliava
tanto al suo sguardo durante gli ultimi giorni di lavoro presso la World Bank.
Mentre
si riscopriva in Giorgio, Pietro viveva un momento “speciale”, in cui
il pensiero si espandeva a maggiore in- tendimento, ingrandiva le maglie di
eventi che una vista addormentata dal quotidiano non avrebbe potuto individuare; anche il movimento degli arti
pareva più solido e
scattante, i suoi nervi vibravano, mentre il cuore accelerava leggermente il battito. Si
distese sul letto, cercando
di seguire la fisionomia degli organi interni; trovava esaltante soffermarsi ad ascol-
tare
quel linguaggio sconosciuto al punto
che avrebbe desiderato esplorare
l’interno del suo corpo, il prodigioso
meccanismo che pareva essersi dissolto sotto la pelle dell’uomo del 2060;dietro le palpebre chiuse immaginò tanti
piccoli
canali che si intrecciavano fra loro, vide le
giunture delle ossa, il gonfiore dei muscoli in
attività,
le parti del cervello nell’attimo in cui
venivano fissate dall’intuizione, e quanti colori! Un leggero sorriso gli
comparve agli angoli delle labbra: “Tutto questo è mio!” pensò, “senza che io abbia fatto niente per
impossessarmene, ma è giusto far qualcosa per con- servarlo dentro di me come una reliquia degna di memoria”. Era
emozionato; indugiò ancora un istante sulla sua
scoperta, prima di liberare le mani dalla stretta involontaria dei
pugni.
pag.26
|
  









|
|
|