scrittrice napoletana Francesca Sifola
Sogno, Storia di Maria Adelaide Piscitelli
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        Napoli nebbiosa e cupa, cielo grigio sul mare argento per tutta la mezzaluna del golfo, il pino di Posilli-
   po in lontananza, quasi nero, lo scirocco lieve sulle case nitide, addossate nell’agglomerato urbano, pietre
   antiche e moderne, ignare di tutto, ignare della guerra. Sembrava che non vi fossero più pensieri tra la sua
   gente irretita negli  usi e costumi più familiari; persino la tipica indolenza del suo aspetto sembrava essere
   stata irrigidita da una morsa, bloccata in un fotogramma surreale con lacrime rapprese. Per le strade del
   centro, la vita si era ritirata e nascosta; dietro infissi chiusi la gente spiava tra strette fessure per il bisogno
   quotidiano che aveva di accertarsi che i suoi custodi, il sole e il mare, fossero ancora li e non avessero ab-
   dicato all’eterno compito di proteggere la città e il suo popolo.
                                                                                                                                                      pag.29

          Il padre andava su e giù per le scale, raddoppiando il numero degli scalini per aver dimenticato di
   prendere ora quella ora quell’altra cosa e chiedendo più volte a sua moglie se questo o quell’altro fosse
   gia saldamente riposto nel portabagagli: si riassestava sul naso il suo pince nez e ricominciava a salire e a
   scendere. La cuoca era muta, non rispondeva alle domande nervose che le faceva il cameriere; anche lui
   saliva e scendeva come una gazzella, per dare un ultimo sguardo alla casa e, se l’avessero dimenticata in
   una stanza, non  avrebbe avvisato nessuno, pur di rimanervi; gia tante volte era scesa con reticenza nel ri-
   covero, perché, se si doveva morire, lei avrebbe preferito guardarsi intorno per l’ultima volta in posti che
   le erano familiari, come se solo lì avesse potuto riconoscere l’angelo che la portava via.
                                                                                                                                                      pag.31

          L’auto filò ad andatura costante per tutto il Corso Vittorio Emanuele fino all’altezza dell’incrocio con
   l’Ospedale Militare, dove, a causa di un'interruzione, fu costretta a deviare per i quartieri spagnoli, giun-
   gere alla via del mare e uscire dalla città. Alla vista di quella fiera di cose e persone a restringere vicoli già
   stretti, l’eccitazione di Maria Adelaide e Wanda raggiunse e scompensi di ogni genere; non sapevano più
   dove posare lo sguardo per non perdere i pezzi di un palcoscenico rovente,  girandola di umanità surris-
   caldata da un fluire del sangue che pareva saltare nelle vene e nelle arterie. Il vicolo, quasi ostruito, rallen-
   tava il passaggio fino all’indolenza; l'auto appesantita come una vecchia matrona zigzagava, sballottata di
   qua e di là, mentre all’interno della vettura Maria Adelaide saltellava come una mina da un posto all’altro,
   non voleva perdere nessun dettaglio della strana visione che quel giorno le si parava davanti e metteva il
   suo cervello in moto: si chiedeva tremila cose in un momento solo , mentre Wanda appiattiva i riccioli
   contro il finestrino con la voglia, a malapena trattenuta, di buttarsi fuori dall’auto.
          Porte aperte, case in strada, stessi oggetti appesi dentro e fuori dalle pareti di quelle stanze con la 
   bocca aperta a parlare senza pudore delle proprie viscere: sembravano tante mosche in fila al pianoterra
   di sontuosi palazzi e vomitate sulla strada. Scure, ma prorompenti di una vitalità ambigua, di una lava che
   scendeva verso il mare unendosi all’acqua sporca, che le donne rovesciavano in strada dopo aver lavato
   il pavimento. Uomini stesi sui letti con le scarpe ai piedi, figurine di santi incollate ai muri ricoperti di chiaz-
   ze, di amuleti, contro i quali la sagoma innocente di un bambino si stagliava incerta, traballante e onirica,
   mentre quella di una donna vecchia veniva succhiata dall’ultima onda amara.
           “Mamma, ma perché dormono quasi per strada questi signori?”
           “Mamma, ma perché hanno l’altare in casa?”
           “Mamma, ma perché vendono le ciambelle fritte fuori dai bar?”
           “Mamma, ma perché il cielo si vede cosi poco?”
                                                                                                                                                     pag.32

           Come ubriacati da quella avventura, si ritrovarono, senza accorgersene, ai limiti dei quartieri spagno-
   li, nella strada grande di via Toledo e all’altezza dell’ultima di quelle piccole stanze, dalla bocca aperta sul
   vicolo - voraci dell’aria che restava in quelle vie strette - Peppiniello lasciò il suo destriero con una lentez-
   za che aveva già sapore di nostalgia, restando immobile a guardare le due piccole teste sorridenti nella 
   lunga, elegante Ford nera, che scendeva per raggiungere la via del mare. Era la frontiera, sì, quella era la
   frontiera col mondo esterno, che avrebbe travalicato solo da grande se avesse fatto fortuna. Per ora do-
   veva rimanere lì, quello era il suo posto, perché l’aveva detto il destino.
                                                                                                                                                     pag.34

            Il giorno dopo, la prima immagine a darle il benvenuto fu quella di una ortensia color glicine, incroci-
   ata con un raggio d’oro cupo e lucentissimo, dirompente per la forza che aveva usato nel dover sbucare
   dalla barriera di nuvole ormai ostinatamente minacciose: sembrava una spada. “E cosi che anche la pioggia
   si fa amare dalla gente?”, si chiese, “Perché fa vedere questi paradisi?”, e per le inondazioni e le catastrofi,
   delle quali tante volte aveva sentito parlare, era così poi che si faceva perdonare, con questo bel pennello? 
   Mistero dei misteri… quel creato tutto suo, ricco di messaggi, per vivere alla grande!
            Mistero dei misteri… i suoi occhi, che avevano la capacità di vedere e il suo estro di far sì che si stu-
   pisse!
            “Bambina mia, apri quel balcone, altrimenti a star così a guardare col naso schiacciato contro il vet-
   ro, avrai presto due grandi buchi al posto delle narici!”,
            Lilla, era cosi che la chiamava la nonna con quel dolce e caldo accento siciliano, non se lo fece ripe-
   tere due volte, facendo finire al vento i riccioli di Wanda, che era ancora sotto le lenzuola e che azzardò
   un mugugno di protesta pigra e rassegnata. “Nonna mi prendi in braccio, voglio accarezzare l’edera, ne
   ha bisogno, guarda come è secca!”
            “Per forza piccina mia, è inverno!”
            “Lo so, ma può darsi che se l’accarezzo un po’, mentre siamo qui, in primavera cresce con più fog-
   lie!”. Wanda le sentiva parlare, avvolta nel suo tepore sotto le coperte: “Cambiare tutto questo col vento
   freddo non mi conviene per niente”, pensò, “poi quando esco, vedrò che aspetto ha la povera edera”.
   Ma la pace era finita, perché Dora entrò in camera e, col suo cipiglio autoritario, spazzò via ogni cosa
   dalla beata indolenza: il momento della vestizione delle sue creature era una specie di rito educativo, un
   tocco di mondo mitteleuropeo nelle campagne del sud e da mitteleuropea oggi aveva dato disposizioni a
   che le bambine andassero in campagna con Biagio: “Vacche, vitelli, vita in movimento contro vita che
   muore, latte bianco da bere contro sangue inutilmente sparso! Questo è quello che ci vuole per le mie fig-
   lie oggi!”, aveva pensato non appena sveglia, turbata da una notte di dolore, in cui Salvatore le aveva più
   volte preso la mano, senza chiederle niente.
                                                                                                                                                      pag.41
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