scrittrice napoletana Francesca Sifola
Sogno, Storia di Maria Adelaide Piscitelli
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        Il testo si muove lambendo vari generi letterari: il romanzo storico, la cronaca familiare, il racconto di  formazione. E
   ciò dal momento che la vicenda di Maria Adelaide, ma anche di sua sorella Wanda e della loro madre Dora, s’incunea  
   perfettamente in quella ben più ampia del momento storico che sono chiamate a vivere. Periodo segnato dalla guerra, e
   incorniciato dallo scenario prezioso e forte di  una Napoli  assai  presente  nel  testo. A cominciare dai luoghi, dai nomi,
   passando attraverso le atmosfere, sino ai personaggi e ad alcuni piccoli riti tutti “nostrani”. Ma quello che più colpisce è
   la graduale scoperta della femminilità da parte della protagonista.
        Lungo quest’itinerario intimo e personale, al centro di  una  società  chiaramente  connotata e nel  solco di un’antica
   tradizione familiare, l’autrice scorta il  lettore, dopo averlo preso per  mano con  la delicatezza di  una scrittura  piana e
   schietta. Uno stile capace di rendere scorci pittorici della città, il clima storico-sociale e, impresa forse anche più ardua,
   di scogliere la complessità e la profondità delle dinamiche interiori  femminili. Di una femminilità che s’apre ora  alla vita
   adulta, alla conoscenza della fisicità, dei sentimenti più maturi e dell’eros.

        Napoli nebbiosa e cupa, cielo grigio sul mare argento per tutta la mezzaluna del golfo, il pino di Posillipo in lontananza,
   quasi nero, lo scirocco  lieve  sulle case  nitide, addossate  nell’agglomerato  urbano, pietre antiche e  moderne, ignare di
   tutto, ignare della guerra. Sembrava che non vi fossero più pensieri tra la sua gente irretita negli  usi e costumi più familiari;
   persino la tipica indolenza del suo aspetto sembrava essere stata  irrigidita da una morsa, bloccata  in un  fotogramma sur-
   reale con lacrime rapprese. Per le strade del centro, la vita si era ritirata e nascosta; dietro infissi chiusi la gente spiava tra
   strette fessure per il  bisogno quotidiano che  aveva di  accertarsi  che i suoi custodi,  il sole e il  mare, fossero ancora li e
   non avessero abdicato all’eterno compito di proteggere la città e il suo popolo.
   pag.29

         Il padre andava su e giù per le scale, raddoppiando il numero degli scalini per aver dimenticato di  prendere ora quel-
   la ora quell’altra cosa e chiedendo più  volte a sua  moglie se questo o quell’altro fosse gia saldamente  riposto nel  porta-
   bagagli: si riassestava sul naso il suo pince nez e  ricominciava a salire e a scendere. La cuoca era  muta, non  rispondeva
   alle domande nervose che le  faceva il cameriere; anche lui saliva e scendeva come una gazzella, per dare un ultimo sguar-
   do alla casa e, se l’avessero dimenticata in una stanza, non avrebbe avvisato nessuno, pur di rimanervi; gia tante volte era
   scesa con  reticenza nel ricovero, perché, se si doveva morire, lei avrebbe preferito guardarsi intorno per l’ultima volta in
   posti che le erano familiari, come se solo lì avesse potuto riconoscere l’angelo che la portava via.
   pag.31

          L’auto filò ad andatura costante per tutto il  Corso  Vittorio  Emanuele  fino  all’altezza dell’incrocio con  l’Ospedale
   Militare, dove, a causa di un'interruzione, fu costretta a deviare per i quartieri spagnoli, giungere alla via del mare e uscire
   dalla città. Alla vista di quella fiera di cose e persone a  restringere  vicoli  già  stretti,  l’eccitazione di  Maria  Adelaide  e
   Wanda raggiunse e scompensi di ogni genere; non sapevano più dove posare lo sguardo per  non  perdere i  pezzi  di  un
   palcoscenico rovente,  girandola di  umanità  surriscaldata da  un  fluire del  sangue che  pareva  saltare  nelle vene e nelle
   arterie. Il  vicolo, quasi  ostruito, rallentava  il passaggio  fino all’indolenza; l'auto appesantita come  una vecchia  matrona
   zigzagava, sballottata di qua e di là, mentre all’interno della vettura Maria Adelaide saltellava come una  mina da un posto
   all’altro, non voleva perdere nessun dettaglio della strana visione che quel giorno le si parava davanti e metteva  il suo cer-
   vello in  moto: si chiedeva tremila cose in  un momento solo , mentre Wanda appiattiva i riccioli contro il  finestrino con la
   voglia, a malapena trattenuta, di buttarsi fuori dall’auto.
          Porte aperte, case in strada, stessi oggetti appesi  dentro e  fuori dalle  pareti di  quelle stanze con  la bocca aperta a
   parlare senza pudore delle  proprie viscere: sembravano tante mosche in  fila al  pianoterra di sontuosi  palazzi e vomitate
   sulla strada. Scure, ma prorompenti di una vitalità ambigua, di una  lava che scendeva  verso il  mare  unendosi  all’acqua
   sporca, che le donne rovesciavano in strada dopo aver lavato il  pavimento. Uomini  stesi sui  letti con  le scarpe ai  piedi,
   figurine  di santi  incollate ai  muri  ricoperti  di chiazze, di amuleti, contro i quali  la  sagoma  innocente di  un  bambino si
   stagliava incerta, traballante e onirica, mentre quella di una donna vecchia veniva succhiata dall’ultima onda amara.
           “Mamma, ma perché dormono quasi per strada questi signori?”
           “Mamma, ma perché hanno l’altare in casa?”
           “Mamma, ma perché vendono le ciambelle fritte fuori dai bar?”
           “Mamma, ma perché il cielo si vede cosi poco?”
   pag.32

           Come ubriacati da quella avventura, si ritrovarono, senza accorgersene, ai  limiti dei quartieri  spagnoli, nella strada
   grande di via Toledo e all’altezza dell’ultima di quelle piccole stanze, dalla bocca aperta sul  vicolo - voraci  dell’aria che
   restava  in quelle vie strette - Peppiniello lasciò  il suo destriero con  una  lentezza che aveva già sapore di  nostalgia, res-
   tando immobile a guardare le due piccole teste sorridenti nella  lunga, elegante Ford  nera, che scendeva per raggiungere
   la via del mare. Era la frontiera, sì, quella era  la frontiera col  mondo esterno, che avrebbe travalicato solo da grande se
   avesse fatto fortuna. Per ora doveva rimanere lì, quello era il suo posto, perché l’aveva detto il destino.
   pag.34

           Il giorno dopo, la prima  immagine a darle il benvenuto fu quella di una ortensia color glicine, incrociata con un rag-
   gio d’oro cupo e lucentissimo, dirompente per la forza che aveva usato nel dover sbucare dalla barriera di nuvole ormai
   ostinatamente minacciose: sembrava una spada. “E cosi che anche la pioggia si fa amare dalla gente?” si chiese, “Perché
   fa vedere questi paradisi?”, e per le inondazioni e le catastrofi, delle quali  tante volte aveva sentito parlare, era così  poi
   che si  faceva  perdonare, con questo bel  pennello? Mistero dei  misteri… quel creato tutto suo, ricco di  messaggi, per
   vivere alla grande!
            Mistero dei misteri… i suoi occhi, che avevano la capacità di vedere e il suo estro di far sì che si stupisse!
            “Bambina mia, apri quel balcone, altrimenti a star così a guardare col naso schiacciato contro il vetro, avrai presto
   due grandi buchi al posto delle narici!”,
            Lilla, era cosi che la chiamava la nonna con quel dolce e caldo accento siciliano, non se lo fece ripetere due  volte,
   facendo finire al vento i riccioli di Wanda, che era ancora sotto le lenzuola e che azzardò un mugugno di protesta pigra e
   rassegnata. “Nonna mi prendi in braccio, voglio accarezzare l’edera, ne ha bisogno, guarda come è secca!”
            “Per forza piccina mia, è inverno!”
            “Lo so, ma può darsi che se l’accarezzo un po’, mentre siamo qui, in primavera cresce con più foglie!”.
   Wanda le sentiva parlare, avvolta nel suo tepore sotto le coperte: “Cambiare tutto questo col vento freddo non  mi con-
   viene per niente”, pensò, “poi quando esco, vedrò che aspetto ha la povera edera”. Ma la pace era finita, perché Dora
   entrò  in camera e, col  suo cipiglio autoritario, spazzò via ogni cosa dalla  beata  indolenza: il  momento della vestizione
   delle sue creature era una  specie di  rito educativo, un  tocco di  mondo  mitteleuropeo  nelle  campagn e del  sud e da
   mitteleuropea oggi aveva dato disposizioni a che le bambine andassero in campagna con Biagio: “Vacche, vitelli, vita in
   movimento contro vita che muore, latte bianco da bere contro sangue  inutilmente sparso! Questo è quello che ci  vuole
   per le mie figlie oggi!”, aveva pensato non appena sveglia, turbata da  una  notte di dolore, in cui Salvatore le aveva più
   volte preso la mano, senza chiederle niente.
   pag.41
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