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Francesca
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Napoli nebbiosa e cupa, cielo grigio
sul mare argento per tutta la mezzaluna del golfo, il pino di Posilli-
po in lontananza, quasi nero, lo scirocco lieve
sulle case nitide, addossate nell’agglomerato urbano, pietre
antiche e moderne, ignare di tutto,
ignare della guerra. Sembrava che non vi fossero più pensieri tra la
sua
gente irretita negli usi e costumi più
familiari; persino la tipica indolenza del suo aspetto sembrava essere
stata irrigidita da una morsa, bloccata in un
fotogramma surreale con lacrime rapprese. Per le strade del
centro, la vita si era ritirata e
nascosta; dietro infissi chiusi la gente spiava tra strette fessure per
il bisogno
quotidiano che aveva di accertarsi che i suoi
custodi, il sole e il mare, fossero ancora li e non avessero ab-
dicato all’eterno compito di proteggere la città e
il suo popolo.
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Il padre andava su e giù per le scale, raddoppiando il numero degli
scalini per aver dimenticato di
prendere ora quella ora quell’altra cosa e
chiedendo più volte a sua moglie se questo o quell’altro fosse
gia saldamente riposto nel portabagagli: si
riassestava sul naso il suo pince nez e ricominciava a salire e a
scendere. La cuoca era muta, non rispondeva alle
domande nervose che le faceva il cameriere; anche lui
saliva e scendeva come una gazzella, per dare un
ultimo sguardo alla casa e, se l’avessero dimenticata in
una stanza, non avrebbe avvisato
nessuno, pur di rimanervi; gia tante volte era scesa con reticenza nel
ri-
covero, perché, se si doveva morire, lei avrebbe
preferito guardarsi intorno per l’ultima volta in posti che
le erano familiari, come se solo lì avesse potuto
riconoscere l’angelo che la portava via.
pag.31
L’auto
filò ad andatura costante per tutto il Corso Vittorio Emanuele fino
all’altezza dell’incrocio con
l’Ospedale Militare, dove, a causa di
un'interruzione, fu costretta a deviare per i quartieri spagnoli, giun-
gere alla via del mare e uscire dalla città. Alla
vista di quella fiera di cose e persone a restringere vicoli già
stretti, l’eccitazione di Maria Adelaide e Wanda
raggiunse e scompensi di ogni genere; non sapevano più
dove posare lo sguardo per non perdere i pezzi di
un palcoscenico rovente, girandola di umanità surris-
caldata da un fluire del sangue che pareva saltare
nelle vene e nelle arterie. Il vicolo, quasi ostruito, rallen-
tava il passaggio fino all’indolenza; l'auto
appesantita come una vecchia matrona zigzagava, sballottata di
qua e di là, mentre all’interno della vettura
Maria Adelaide saltellava come una mina da un posto all’altro,
non voleva perdere nessun dettaglio della strana
visione che quel giorno le si parava davanti e metteva il
suo cervello in moto: si chiedeva tremila cose in
un momento solo , mentre Wanda appiattiva i riccioli
contro il finestrino con la voglia, a malapena
trattenuta, di buttarsi fuori dall’auto.
Porte
aperte, case in strada, stessi oggetti appesi dentro e fuori dalle
pareti di quelle stanze con la
bocca aperta a parlare senza pudore delle proprie
viscere: sembravano tante mosche in fila al pianoterra
di sontuosi palazzi e vomitate sulla strada.
Scure, ma prorompenti di una vitalità ambigua, di una lava che
scendeva verso il mare unendosi all’acqua sporca,
che le donne rovesciavano in strada dopo aver lavato
il pavimento. Uomini stesi sui letti con le scarpe
ai piedi, figurine di santi incollate ai muri ricoperti di chiaz-
ze, di amuleti, contro i quali la sagoma innocente
di un bambino si stagliava incerta, traballante e onirica,
mentre quella di una donna vecchia veniva
succhiata dall’ultima onda amara.
“Mamma,
ma perché dormono quasi per strada questi signori?”
“Mamma,
ma perché hanno l’altare in casa?”
“Mamma,
ma perché vendono le ciambelle fritte fuori dai bar?”
“Mamma,
ma perché il cielo si vede cosi poco?”
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Come
ubriacati da quella avventura, si ritrovarono, senza accorgersene, ai
limiti dei quartieri spagno-
li, nella strada grande di via Toledo e
all’altezza dell’ultima di quelle piccole stanze, dalla bocca aperta
sul
vicolo - voraci dell’aria che restava in quelle
vie strette - Peppiniello lasciò il suo destriero con una lentez-
za che aveva già sapore di nostalgia, restando
immobile a guardare le due piccole teste sorridenti nella
lunga, elegante Ford nera, che scendeva per
raggiungere la via del mare. Era la frontiera, sì, quella era la
frontiera col mondo esterno, che avrebbe
travalicato solo da grande se avesse fatto fortuna. Per ora do-
veva rimanere lì, quello era il suo posto, perché
l’aveva detto il destino.
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Il
giorno dopo, la prima immagine a darle il benvenuto fu quella di una
ortensia color glicine, incroci-
ata con un raggio d’oro cupo e lucentissimo,
dirompente per la forza che aveva usato nel dover sbucare
dalla barriera di nuvole ormai ostinatamente
minacciose: sembrava una spada. “E cosi che anche la pioggia
si fa amare dalla gente?”, si chiese, “Perché fa
vedere questi paradisi?”, e per le inondazioni e le catastrofi,
delle quali tante volte aveva sentito
parlare, era così poi che si faceva perdonare, con questo bel
pennello?
Mistero dei misteri… quel creato tutto suo, ricco
di messaggi, per vivere alla grande!
Mistero
dei misteri… i suoi occhi, che avevano la capacità di vedere e il suo
estro di far sì che si stu-
pisse!
“Bambina
mia, apri quel balcone, altrimenti a star così a guardare col naso
schiacciato contro il vet-
ro, avrai presto due grandi buchi al posto delle
narici!”,
Lilla,
era cosi che la chiamava la nonna con quel dolce e caldo accento
siciliano, non se lo fece ripe-
tere due volte, facendo finire al vento i riccioli
di Wanda, che era ancora sotto le lenzuola e che azzardò
un mugugno di protesta pigra e rassegnata. “Nonna
mi prendi in braccio, voglio accarezzare l’edera, ne
ha bisogno, guarda come è secca!”
“Per
forza piccina mia, è inverno!”
“Lo
so, ma può darsi che se l’accarezzo un po’, mentre siamo qui, in
primavera cresce con più fog-
lie!”. Wanda le sentiva parlare, avvolta nel suo
tepore sotto le coperte: “Cambiare tutto questo col vento
freddo non mi conviene per niente”, pensò, “poi
quando esco, vedrò che aspetto ha la povera edera”.
Ma la pace era finita, perché Dora entrò in camera
e, col suo cipiglio autoritario, spazzò via ogni cosa
dalla beata indolenza: il momento della vestizione
delle sue creature era una specie di rito educativo, un
tocco di mondo mitteleuropeo nelle campagne del
sud e da mitteleuropea oggi aveva dato disposizioni a
che le bambine andassero in campagna con Biagio:
“Vacche, vitelli, vita in movimento contro vita che
muore, latte bianco da bere contro sangue
inutilmente sparso! Questo è quello che ci vuole per le mie fig-
lie oggi!”, aveva pensato non appena sveglia,
turbata da una notte di dolore, in cui Salvatore le aveva più
volte preso la mano, senza chiederle niente.
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