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Francesca
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Spesso ritornava nella città dalla
quale era
partita, dove aveva lasciato un uomo confuso, vecchi amici,
la casa natale… Ora osservava tutto con
un'espressione diversa sul viso, anche se ancora poco limpida.
Nelle cose ritrovate non vi erano mutamenti.
L’uomo,
che aveva lasciato ad aspettare i suoi ritorni, si sentiva sopraffatto
dalle scelte di Giulia, come
da qualcosa che avrebbe potuto, di riflesso,
cambiare anche la sua vita; per lui, ciò che facevano gli altri si
traduceva spesso nella realizzazione dei propri
sogni nel cassetto, a patto che le azioni di coloro in cui si
specchiava insicuro non fossero banali, che
esprimessero quell'eroismo desiderato e mai messo in atto.
Tra queste vi erano le scelte di Giulia.
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Si espose a ogni gesto d'amore e a ogni ingiuria proveniente da
quell'uomo altalenante in un oscuro tra-
mestìo interiore, in uno sdoppiarsi ai limiti di
una schizofrenia tratteggiata in senso clinico. Il cervello di R.
era diviso in due parti, dove una delle due
colmava ogni mancanza dell'altra, così invasa da "caratteristiche
uguali a quelle di tutti", una parte omologata al
senso e ai luoghi comuni: rispetto all'altra sembrava quella
lesa in seguito a un ictus. Ciò che la fece stare
con lui per quattro anni fu l’amore per quella parte, dalla
quale sperava che un giorno straripasse linfa
verso l'altra metà del cervello e che la svegliasse; da essa Giu-
lia attinse a piene mani, con ingordigia, per
giungere a una meta calda. Si espose a improvvise esplosioni
d'ira, ad altrettante repentine tenerezze e
sensualità; ma questo schizzare da una forma all'altra aveva un
senso preciso: era il suo modo per sentirsi eroe.
Ella tentò di parlare alla parte "ricca", quella in cui le paro-
le potevano attaccarsi al sogno e tirarlo avanti
ai suoi occhi. Un giorno gli disse: "Cosa credi significhi stare
bene insieme?
Non
è mica la scena di un noioso sabato sera, dove ci si illude di
'stare bene insieme’? È piuttosto ave-
re un coito con il mondo!". Giulia
gli fece questa specie di
proclamo, mentre portava lo sguardo verso il
suo in un modo che era la
metafora di quanto aveva espresso.
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Durante i suoi viaggi di ritorno nei luoghi che aveva
abbandonato, i
pensieri si dilatavano tanto da dar-
le la sensazione che la mente si
proiettasse fuori a
confondersi con il paesaggio e con il movimento del tre-
no, percorrendo
libera chilometri e chilometri: guardare fuori oltre un vetro
accelerando e rallentando, fer-
mandosi, ma comunque andando… R. era lì
ad aspettare la donna che viaggia, che irrompe nella vita met-
tendo in gioco se stessa e che ha cose da
raccontare; ascoltava con una
specie di voluttuosa eccitazione,
si agitava per i fischi dei treni, i
posti immaginati e
abbandonati al fascino della destabilizzazione provocata
dai suoi
racconti, cercava così con fatica di avere quel "coito con il mondo",
di gustare e di non masticare
in fretta, restando sempre con la bocca
amara di nostalgie per non aver saputo indugiare, trattenere ciò
che andava cullato tra le braccia. La perse: era
un mattino pieno di sole con
uno strano silenzio intorno al
caseggiato, come se d'improvviso dovesse irrompere
un unico grande suono. Con lo sguardo basso, ar-
rancando in
una lucidità frazionata, egli le disse: "Ti lascio".
Con
il suono di quelle due parole Giulia restò per un certo tempo
reclusa in quella camera che in se-
guito, per molti mesi, credette fosse ovunque e
dalla quale ogni altra immagine veniva soppressa.
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Nella
grande città si sentì ancora più sbilanciata di quando si era
trasferita, ovunque, sradicata dal suo-
lo, perché sugli edifici, sulla
gente e dentro di sé
vedeva gigantesche quelle due ultime parole scritte da un
errore: “Ti
lascio!”, finché, dopo aver scrutato nel silenzio di tante notti, tutto
salì dalla profondità alla su-
perficie a ritrarre con precisione
ciò che aveva vissuto. La mente si rimetteva in moto con lunghi tempi
di
osservazione su quel
periodo di vita che rimontava. Giulia avrebbe voluto non fare
nient’altro aspettando
la notte chiarificatrice, ma era d’obbligo che
“frequentasse” se le sue intenzioni erano quelle di fare l’attri-
ce
e, ogni volta in cui “frequentava”, aveva poi bisogno di ritornare
nella sua “camera oscura”
per ripren-
dersi da una specie di choc; lì, sviluppava foto
ancora
confuse, ondeggianti tra la sua vita di ora e quella
di prima, sulla quale le due parole avevano
tracciato delle stimmate.
Sopportare il comportamento umano così contratto dal
linguaggio sociale
era molto faticoso: divenne
quasi sarcastica nel descrivere le interminabili
serate mondane, quelle che avrebbero dovuto dare cibo per
la realizzazione delle proprie ambizioni – era
questo per lei un escamotage liberatorio.
“Come
stai?” le chiedeva qualcuno di cui non sapeva niente; non faceva
nemmeno in tempo a rispon-
dergli che già era partito con un altro “come stai
?” a un passante lì vicino che, a sua volta, si metteva in
circolo con un altro ancora, per dare inizio alla
stura di tanti: “come
stai ?” senza risposta.
Poi era la volta
del “cosa stai facendo ?” e qui il tempo per poter
rispondere variava a seconda del rilievo della “cosa” in
cui eri impegnato in quel momento della tua vita,
rilievo la cui entità
veniva soppesata in base al profitto
che ognuno poteva trarre
dall’altro in seguito
alle informazioni che si riusciva a mungere: un affare di qua,
uno di
là per i quali il giorno dopo eri tempestato di telefonate introdotte
sempre dall’interlocutorio: “Co-
me va’ ?”
Tutto
questo la allontanava dalla ricerca interiore in un periodo in
cui “doveva restare dentro”, chiu-
dersi nella “camera oscura” tra le sue “foto”.
Quelle serate erano decisamente troppe.
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