scrittrice napoletana Francesca Sifola
Sifola scene di scrittura
Sifola home pageSifola raccontiSifola raccontiSifola raccontiSifola contattiSifola notizieSifolaSifola
         “Scene di scrittura” propongono molti  mondi, attraversati dalla scrittrice, con lo sguardo del  prima, del durante, del
   poi, con la passione e il distacco di un’attrice che si fa regista di se stessa. Si vuol dire che stare dentro la parte permette
   di  verificare  sulla  propria  pelle “il  giuoco delle parti” di  pirandelliana  memoria, avvalorando  l’idea di quel “teatro nel
   teatro”, di cui  l’autore agrigentino si  fece avido sperimentatore. Essere persuasi di  interpretare una parte, di recitare un
   copione  nel  grande teatro della vita è  l’idea-guida  anche di questo canovaccio, in cui il  racconto vero e proprio cerca
   conferma ed  evidenza  in  uno spartito appunto  teatrale, con  i suoi dialoghi, con  le sue didascalie, capaci di scandire il
   senso della  storia e di  ampliare e approfondire la visuale critica  in essa  abbozzata. Teatro, letteratura e vita si  giocano
   così  le loro carte  più segrete in  una  progressiva esibizione dei  meccanismi  che  regolano  il  mondo dei  pensieri e dei
   sentimenti, nella sottolineatura di una gestualità rivelatrice dell’ambiguo rapporto tra anima e corpo.

        Spesso ritornava nella città dalla quale era partita, dove aveva lasciato un uomo confuso, vecchi amici, la casa natale…
   Ora osservava tutto con  un'espressione diversa sul viso, anche se ancora poco limpida. Nelle cose ritrovate non vi erano
   mutamenti.
        L’uomo, che aveva  lasciato ad aspettare i suoi  ritorni, si  sentiva  sopraffatto dalle scelte di Giulia, come da qualcosa
   che avrebbe potuto, di  riflesso, cambiare anche  la sua  vita; per  lui, ciò che facevano gli  altri si  traduceva spesso  nella
   realizzazione dei  propri sogni  nel cassetto, a patto che le azioni di coloro in cui si specchiava insicuro non  fossero banali,
   che esprimessero quell'eroismo desiderato e mai messo in atto.
        Tra queste vi erano le scelte di Giulia.
   pag.15

         Si espose a ogni gesto d'amore e a ogni ingiuria proveniente da quell'uomo altalenante in un oscuro tramestìo interiore,
   in uno sdoppiarsi ai limiti di una schizofrenia tratteggiata in senso clinico. Il cervello di  R. era diviso in due parti, dove una
   delle due colmava ogni  mancanza dell'altra, così  invasa da "caratteristiche uguali a quelle di tutti", una parte omologata al
   senso e ai  luoghi  comuni: rispetto all'altra  sembrava  quella  lesa  in seguito a un  ictus. Ciò che la  fece stare con lui  per
   quattro anni fu l’amore per quella parte, dalla quale sperava che un giorno straripasse linfa verso l'altra metà del cervello e
   che  la  svegliasse;  da  essa  Giulia  attinse  a piene  mani,  con  ingordigia,  per giungere a  una  meta  calda. Si  espose a
   improvvise esplosioni  d'ira, ad  altrettante  repentine  tenerezze  e sensualità; ma questo  schizzare da  una  forma  all'altra
   aveva  un senso preciso: era  il  suo modo per sentirsi eroe. Ella tentò di  parlare alla  parte "ricca", quella  in cui  le parole
   potevano attaccarsi al sogno e tirarlo avanti ai suoi occhi. Un giorno gli disse: "Cosa credi significhi stare bene insieme? 
         Non è mica la scena di un noioso sabato sera, dove ci si  illude di 'stare bene insieme’? È piuttosto avere un coito con
   il  mondo!". Giulia  gli  fece questa  specie di  proclamo, mentre  portava  lo sguardo  verso il  suo in  un  modo che era la
   metafora di quanto aveva espresso.
   pag.15

          Durante i suoi viaggi di ritorno nei  luoghi che aveva abbandonato, i pensieri si dilatavano tanto da darle la sensazione
   che la mente si proiettasse fuori a confondersi con il paesaggio e con il movimento del treno, percorrendo libera chilometri
   e chilometri: guardare  fuori oltre un  vetro accelerando e  rallentando, fermandosi, ma comunque andando… R. era  lì ad
   aspettare la donna che viaggia, che irrompe  nella vita mettendo in gioco se stessa e che ha cose da  raccontare; ascoltava
   con una specie di voluttuosa eccitazione, si agitava  per i fischi dei  treni, i posti  immaginati e abbandonati al  fascino della
   destabilizzazione provocata dai suoi  racconti, cercava così  con  fatica di  avere quel "coito con il mondo", di gustare e di
   non masticare in fretta, restando sempre con la bocca amara di nostalgie per non aver saputo indugiare, trattenere ciò che
   andava cullato tra le braccia. La perse: era un mattino pieno di sole con uno strano silenzio intorno al caseggiato, come se
   d'improvviso dovesse irrompere un unico grande suono. Con lo sguardo basso, arrancando in una  lucidità frazionata, egli
   le disse: "Ti lascio".
          Con il suono di quelle due  parole Giulia restò per  un certo tempo reclusa  in quella camera che  in seguito, per molti
   mesi, credette fosse ovunque e dalla quale ogni altra immagine veniva soppressa.
   pag.16

         Nella grande città si sentì ancora più sbilanciata di quando si era  trasferita, ovunque, sradicata dal suolo, perché sugli
   edifici, sulla gente e dentro di sé vedeva  gigantesche  quelle due  ultime  parole  scritte  da  un errore: “Ti lascio!”,  finché,
   dopo aver scrutato nel  silenzio di  tante  notti, tutto salì  dalla  profondità  alla superficie a  ritrarre con  precisione ciò che
   aveva vissuto. La  mente si  rimetteva  in moto con  lunghi  tempi  di osservazione su quel  periodo di  vita che  rimontava.
   Giulia avrebbe voluto non  fare  nient’altro aspettando la  notte chiarificatrice, ma  era  d’obbligo che “frequentasse” se le
   sue intenzioni  erano quelle di  fare l’attrice e, ogni  volta  in cui “frequentava”, aveva  poi  bisogno di  ritornare  nella  sua
   “camera oscura” per  riprendersi da  una specie di choc; lì, sviluppava  foto ancora confuse, ondeggianti  tra la sua vita di
   ora e quella di prima, sulla quale le due parole avevano tracciato delle stimmate.
         Sopportare il comportamento umano così contratto dal linguaggio sociale era molto faticoso: divenne quasi sarcastica
   nel descrivere  le interminabili  serate  mondane, quelle che  avrebbero dovuto dare cibo per la realizzazione delle proprie
   ambizioni – era questo per lei un escamotage liberatorio.
          “Come stai?” le chiedeva qualcuno di cui  non  sapeva  niente; non  faceva  nemmeno in tempo a rispondergli che già
   era partito con un altro “come stai ?” a un passante lì vicino che, a sua volta, si metteva in circolo con un altro ancora, per
   dare inizio alla  stura di  tanti: “come stai ?” senza  risposta. Poi era  la  volta  del “cosa stai facendo ?” e qui  il tempo per
   poter rispondere variava a seconda del  rilievo della “cosa” in cui eri  impegnato in quel  momento della  tua vita, rilievo la
   cui entità veniva soppesata in base al profitto che ognuno poteva trarre dall’altro in seguito alle informazioni che si riusciva
   a mungere: un affare di qua, uno di là per i quali il giorno dopo eri  tempestato di  telefonate  introdotte  sempre  dall’inter-
   locutorio: “Come va’ ?”
           Tutto  questo  la  allontanava  dalla  ricerca  interiore  in un  periodo in cui “doveva  restare  dentro”, chiudersi  nella
   “camera oscura” tra le sue “foto”. Quelle serate erano decisamente troppe.
   pag.17      
 i luoghi del cuore
   Nuova pubblicazione  
 La scatola bucata
sfoglia il libro

 Sogno
sfoglia il libro

 Tempo senza maschera
sfoglia il libro
 Luna Park
sfoglia il libro

  Acquista















      Torna all'inizio pagina
scrittrice napoletana