scrittrice napoletana Francesca Sifola
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Sifola anteprima
































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        Spesso ritornava nella città dalla quale era partita, dove aveva lasciato un uomo confuso, vecchi amici,
   la casa natale… Ora osservava tutto con un'espressione diversa sul viso, anche se ancora poco limpida.
   Nelle cose ritrovate non vi erano mutamenti.
        L’uomo, che aveva lasciato ad aspettare i suoi ritorni, si sentiva sopraffatto dalle scelte di Giulia, come
   da qualcosa che avrebbe potuto, di riflesso, cambiare anche la sua vita; per lui, ciò che facevano gli altri si
   traduceva spesso nella realizzazione dei propri sogni nel cassetto, a patto che le azioni di coloro in cui si
   specchiava insicuro non fossero banali, che esprimessero quell'eroismo desiderato e mai messo in atto.
   Tra queste vi erano le scelte di Giulia.
                                                                                                                                                       pag.15

         Si espose a ogni gesto d'amore e a ogni ingiuria proveniente da quell'uomo altalenante in un oscuro tra-
   mestìo interiore, in uno sdoppiarsi ai limiti di una schizofrenia tratteggiata in senso clinico. Il cervello di R.
   era diviso in due parti, dove una delle due colmava ogni mancanza dell'altra, così invasa da "caratteristiche
   uguali a quelle di tutti", una parte omologata al senso e ai luoghi comuni: rispetto all'altra sembrava quella
   lesa in seguito a un ictus. Ciò che la fece stare con lui per quattro anni fu l’amore per quella parte, dalla
   quale sperava che un giorno straripasse linfa verso l'altra metà del cervello e che la svegliasse; da essa Giu-
   lia attinse a piene mani, con ingordigia, per giungere a una meta calda. Si espose a improvvise esplosioni
   d'ira, ad altrettante repentine tenerezze e sensualità; ma questo schizzare da una forma all'altra aveva un
   senso preciso: era il suo modo per sentirsi eroe. Ella tentò di parlare alla parte "ricca", quella in cui le paro-
   le potevano attaccarsi al sogno e tirarlo avanti ai suoi occhi. Un giorno gli disse: "Cosa credi significhi stare
   bene insieme? 
         Non è mica la scena di un noioso sabato sera, dove ci si illude di 'stare bene insieme’? È piuttosto ave-
   re un coito con il mondo!". Giulia gli fece questa specie di proclamo, mentre portava lo sguardo verso il
   suo in un modo che era la metafora di quanto aveva espresso.
                                                                                                                                                       pag.15

          Durante i suoi viaggi di ritorno nei luoghi che aveva abbandonato, i pensieri si dilatavano tanto da dar-
   le la sensazione che la mente si proiettasse fuori a confondersi con il paesaggio e con il movimento del tre-
   no, percorrendo libera chilometri e chilometri: guardare fuori oltre un vetro accelerando e rallentando, fer-
   mandosi, ma comunque andando… R. era lì ad aspettare la donna che viaggia, che irrompe nella vita met-
   tendo in gioco se stessa e che ha cose da raccontare; ascoltava con una specie di voluttuosa eccitazione,
   si agitava per i fischi dei treni, i posti immaginati e abbandonati al fascino della destabilizzazione provocata
   dai suoi racconti, cercava così con fatica di avere quel "coito con il mondo", di gustare e di non masticare
   in fretta, restando sempre con la bocca amara di nostalgie per non aver saputo indugiare, trattenere ciò
   che andava cullato tra le braccia. La perse: era un mattino pieno di sole con uno strano silenzio intorno al
   caseggiato, come se d'improvviso dovesse irrompere un unico grande suono. Con lo sguardo basso, ar-
   rancando in una lucidità frazionata, egli le disse: "Ti lascio".
         Con il suono di quelle due parole Giulia restò per un certo tempo reclusa in quella camera che in se-
   guito, per molti mesi, credette fosse ovunque e dalla quale ogni altra immagine veniva soppressa.
                                                                                                                                                      pag.16

         Nella grande città si sentì ancora più sbilanciata di quando si era trasferita, ovunque, sradicata dal suo-
   lo, perché sugli edifici, sulla gente e dentro di sé vedeva gigantesche quelle due ultime parole scritte da un
   errore: “Ti lascio!”, finché, dopo aver scrutato nel silenzio di tante notti, tutto salì dalla profondità alla su-
   perficie a ritrarre con precisione ciò che aveva vissuto. La mente si rimetteva in moto con lunghi tempi di
   osservazione su quel periodo di vita che rimontava. Giulia avrebbe voluto non fare nient’altro aspettando
   la notte chiarificatrice, ma era d’obbligo che “frequentasse” se le sue intenzioni erano quelle di fare l’attri-
   ce e, ogni volta in cui “frequentava”, aveva poi bisogno di ritornare nella sua “camera oscura” per ripren-
   dersi da una specie di choc; lì, sviluppava foto ancora confuse, ondeggianti tra la sua vita di ora e quella
   di prima, sulla quale le due parole avevano tracciato delle stimmate.
          Sopportare il comportamento umano così contratto dal linguaggio sociale era molto faticoso: divenne
   quasi sarcastica nel descrivere le interminabili serate mondane, quelle che avrebbero dovuto dare cibo per
   la realizzazione delle proprie ambizioni – era questo per lei un escamotage liberatorio.
          “Come stai?” le chiedeva qualcuno di cui non sapeva niente; non faceva nemmeno in tempo a rispon-
   dergli che già era partito con un altro “come stai ?” a un passante lì vicino che, a sua volta, si metteva in
   circolo con un altro ancora, per dare inizio alla stura di tanti: “come stai ?” senza risposta. Poi era la volta
   del “cosa stai facendo ?” e qui il tempo per poter rispondere variava a seconda del rilievo della “cosa” in
   cui eri impegnato in quel momento della tua vita, rilievo la cui entità veniva soppesata in base al profitto
   che ognuno poteva trarre dall’altro in seguito alle informazioni che si riusciva a mungere: un affare di qua,
   uno di là per i quali il giorno dopo eri tempestato di telefonate introdotte sempre dall’interlocutorio: “Co-
   me va’ ?”
          Tutto questo la allontanava dalla ricerca interiore in un periodo in cui “doveva restare dentro”, chiu-
   dersi nella “camera oscura” tra le sue “foto”. Quelle serate erano decisamente troppe.
                                                                                                                                                     pag.17      
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