scrittrice napoletana Francesca Sifola
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                                                 Pasticcino fatto in casa

 
         La sua ultima meta era l'Egeo... anche se il mondo era troppo grande per lui. Si potrebbe dire per tutti!
   Ma il suo non era proprio della grandezza del mondo, né di una città, né di un paese, né di un villaggio; era
   un angolo piccolo piccolo come lui, che sembrava ridurre ogni cosa, persino il tempo, con quella frenetica
   mania per gli orologi. Lo vivisezionava non per amor di ragionamento filosofico, ma per necessaria scansi-
   one quotidiana, rispettata con rigore per evitare che venisse arrotolato dal vorticoso susseguirsi delle azioni.
   Per un qualsiasi contrattempo ansimava e dopo i primi tre minuti di respiro forzato, come alimentato da una
   bombola di ossigeno semivuota, arrossiva di agitazione, tingendo di rosso anche le orecchie e il centro tes-
   ta, proprio sopra la nuca, dove sembrava che i capelli fossero caduti perchè liquefatti dal calore di quell'im-
   provvisa vampata. Ma restava assolutamente tranquillo quando, invece: tic tac, tic tac... una mezz'ora dopo
   l'altra, scorreva la sua piccola vita.faceva tutto con poco ed era come se vivesse sottraendo per sottrarsi al
   mondo tanto, ma tanto, più grande di lui.
         “Giochiamo a nascondino!” L’intensità dell’urlo durante la sua infanzia era di gran lunga maggiore delle
   sue forze, quando tra un gruppo di compagni voleva fare a tutti i costi prevalere la sua volontà. Come gli
   piaceva quel gioco! Piaceva anche agli altri bambini, ma la sua preferenza era di natura diversa, era una 
   sorta di presagio, un  campanello d’allarme sul suo futuro, era l’istinto della sottrazione alla vita. Da quei
   nascondigli riusciva finalmente a sentire lontano quel mondo così grande e veloce dal quale aveva il timore
   di essere assorbito e cancellato. Già allora il suono delle campane che portavano via il tempo aveva pro-
   vocato in lui una strana reazione. Nelle sue “tane” premeva le orecchie talmente forte da avere un senso
   quasi di vertigine quando poi si riabbandonava ai suoni; restava così compresso interi pomeriggi, senza che
   i compagni avvertissero la sua mancanza.
          La mania che ora aveva per gli orologi a pendolo, dei quali si circondava, era nata proprio da quelle
   campane, ma crescendo, per evitare di venir soppresso dal suono e dalla fuga del tempo che trascinava
   via gli uomini, aveva deciso di combatterlo e di non abbandonarsi al succedersi delle ore senza operare su
   di esse un serrato controllo. No, non poteva sopportare di uscire fuori rotta… Alle sette del mattino avreb-
   be fatto questo, alle otto, alle nove e alle dieci questo e quest’altro… Così fino a sera, rincuorato infine dal
   fatto che anche quel giorno aveva tenuto sotto controllo il mondo.
                                                                                                                                                       pag.54

           Ma una volta lei scoprì di lui una cosa insolita: amava andare a vela sull’Egeo! Fu come scoprire che
   dopo anni e anni di reclusione un evaso avesse per sempre abbandonato il confino. Lei immaginò di lui la
   stessa espressione radiosa sul volto di uno che vede avanti a sé l’immensità, dopo giorni e giorni di cammi-
   no faticoso, senza alimenti e col cuore bloccato dall’affanno della lotta: di sicuro così sarebbe stato il volto
   di Carletto davanti all’Egeo. Non avevano ancora una relazione e questo suo interesse così ampio la mise
   su di una falsa pista. ‘Che questa sua “pochezza” possa essere cancellata da qualcosa che ha sapore di ve-
   la anche quando egli non si trova materialmente sull’Egeo?’ si disse, mentre lo osservava in piccoli movi-
   menti a scatto, insicuri, come qualche saltino scappato per caso per gioia di innamorato.
                                                                                                                                                       pag.55

           Cercò di procedere nell’esperimento con costanza, mentre lui la guardava come fosse la Madonna,
   mentre cercava di saltare sempre più in alto verso di lei, così che il suo passo parve allungarsi, mentre si li-
   berava di quella giacca da camera che pareva indossare anche quando usciva. E le pantofole, e gli occhia-
   li storti sul naso… Tutto aveva l’aria di avviarsi verso l’oceano, risucchiato dall’acqua e rispedito a riva
   sotto forma di scarpe e lenti a contatto con le quali poter guardare anche dalla terra ferma quasi fino all’
   orizzonte. Il primo giorno che vi premette contro l’occhio le palpebre andarono su e giù freneticamente,
   ma poi vi fu un piacevole rilassamento per entrambi: per lei che aveva avuto il timore del ritorno della “po-
   chezza” e per lui che aveva sofferto, anche se inconsciamente dello stesso timore. Sotto quella pressione,
   infatti, parvero ricomparire quei piccoli movimenti a scatto che da poco l’Egeo sembrava aver nascosto
   tra le sue onde, ma quel giorno stesso, quasi a sfidare una sorte che opprimeva, fecero l’amore per la pri-
   ma volta, e andò proprio come doveva andare…
                                                                                                                                                       pag.56

           Accanto alla pasta infarinata sul bancone c’era il bellissimo prodotto delle sue fatiche: una pizza rossa
   picchiettata di bianco. A lei, che ricordava quella pizza così tonda e appetitosa, le sembrò come una felici-
   tà che di lì a poco, con un altro po’ di sforzo, avrebbe fumato per sè e per lui. Ma questa visione così ter-
   rena, così tangibile era lontana da Carletto che stava cominciando a vedere attraverso le lenti e non più at-
   traverso occhiali mal sistemati sul naso.
           Per questo lei restava la sua Madonna, figura angelica e beata che si muoveva nello spazio dominan-
   do il mondo. La fatica era poi immensa se davanti alla sua icona, quando si distraeva, i suoi passi ritornava-
   no di piccola zampa, al punto di far apparire rossori di agitazione sul viso, movimenti a scatto, amplessi in
   pantofole, giacche da camera anche a cospetto dell’Egeo.
          Ma lui non mollò la presa finchè lei non si accorse che il vento sulla vela di entrambi cominciava a man-
   care: su quella di lui per troppa paura dell’Egeo, al quale egli dava solo lo sguardo e non la vita intera, e su
   quella di lei, perché era la vela di una donna e non di una Madonna che, altrimenti, si sarebbe con ardore
   accontentata del cuore immenso di lui senza tenere conto del fatto che sarebbe sempre rimasto a battere
   né in una città, né in un paese, né in un villaggio, ma tra un tic tac e ancora un tic tac di una domenica po-
   meriggio.
                                                                                                                                                        pag.57
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