scrittrice napoletana Francesca Sifola
Sifola - Luna Park
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       Luna Park è un testo che nasce dall’osservazione della realtà quotidiana, dall’incontro dell’immaginario dello scrittore
   con  la realtà che lo circonda. L’indagine  narrativo-psicologica  è affidata  principalmente  all’ironia  che  funge da  lente
   d’ingrandimento del  nostro sé. La  psiche è sede di desideri, pulsioni e sogni che messi  in contatto con  la barriera della
   realtà  generano  piccole o grandi  patologie, ma  lei c’è e si  fa sentire e il  rimandarla  giù è un espediente che  può solo
   rimandare l’apparire del  problema. Si difende da  una specie di sabotaggio, mantenendo una  propria  autonomia, parla
   un idioma specifico, generando campanelli d’allarme che vogliono avere la volontà di svegliare l’individuo per aprire una
   strada diversa da percorrere, quella in sintonia con i suoi desideri e i suoi sogni, con la vera natura della sua psiche, della
   sua anima.
       Il nostro bene più  prezioso ci scappa di  mano, facendoci creare identità che non corrispondono a quella  reale e che
   coprono la nostra paura di andare a stanare quella vera. Eppure in un angolo del subconscio l’uomo sente che il portarla
   a galla  potrebbe  aprirgli  le porte  per  recuperare  una  specie  di  pace  perduta, ma il  viaggio a cavallo tra  l’essere e
   l’apparire, tra  ciò che è  interiore ed  esteriore gli  risulta  estremamente  faticoso. Il potere  dell’immagine  da cui  viene
   bombardato da ogni  angolo, lo risucchia  in una  preoccupazione  scandita  da azioni  ripetitive  per  mostrarlo  in modo
   indefettibile agli altri e non per aprire il varco alla domanda: “Cosa voglio io per me stesso?”
                                                
                                                               Pasticcino fatto in casa


 
         La sua ultima meta era l'Egeo... anche se il mondo era troppo grande per lui. Si potrebbe dire per tutti! Ma il suo non
   era  proprio della grandezza del mondo, né di  una città, né di  un paese, né di  un villaggio; era un angolo piccolo piccolo
   come lui, che sembrava  ridurre ogni cosa, persino il  tempo, con quella  frenetica mania  per gli orologi. Lo vivisezionava
   non per amor di ragionamento filosofico, ma  per  necessaria  scansione quotidiana, rispettata con  rigore  per evitare che
   venisse arrotolato dal vorticoso susseguirsi delle azioni. Per  un qualsiasi contrattempo ansimava e dopo i primi  tre minuti
   di  respiro  forzato, come  alimentato da  una bombola  di ossigeno  semivuota, arrossiva di agitazione, tingendo di  rosso
   anche le orecchie e il centro testa, proprio sopra la nuca, dove sembrava che i capelli  fossero caduti perchè liquefatti dal
   calore di quell'improvvisa  vampata. Ma  restava  assolutamente tranquillo quando, invece: tic tac, tic tac... una  mezz'ora
   dopo l'altra, scorreva la sua piccola vita faceva tutto con poco ed era come se vivesse sottraendo per sottrarsi al  mondo
   tanto, ma tanto, più grande di lui.
         “Giochiamo a  nascondino!” L’intensità  dell’urlo  durante  la sua  infanzia era di gran lunga  maggiore delle sue forze,
   quando tra  un gruppo di compagni  voleva  fare a  tutti i costi  prevalere  la sua  volontà. Come gli  piaceva  quel  gioco!
   Piaceva  anche agli  altri  bambini, ma  la sua preferenza era di  natura diversa, era  una sorta di  presagio, un campanello
   d’allarme sul suo futuro, era  l’istinto della sottrazione alla vita. Da quei  nascondigli  riusciva  finalmente a sentire  lontano
   quel  mondo così  grande e veloce  dal  quale aveva  il  timore di essere  assorbito e cancellato. Già allora  il  suono delle
   campane che portavano via  il tempo aveva  provocato in lui  una strana  reazione. Nelle sue “tane” premeva  le orecchie
   talmente  forte da  avere un senso quasi di  vertigine quando poi si riabbandonava ai suoni; restava così compresso interi
   pomeriggi, senza che i compagni avvertissero la sua mancanza.
          La mania che ora  aveva per gli orologi a pendolo, dei quali si circondava, era  nata proprio da quelle campane, ma
   crescendo, per evitare di venir soppresso dal suono e dalla fuga del tempo che trascinava via gli uomini, aveva deciso di
   combatterlo e di non abbandonarsi al succedersi delle ore senza operare su di esse un serrato controllo.No, non poteva
   sopportare di  uscire  fuori  rotta… Alle sette del  mattino avrebbe  fatto questo, alle otto, alle nove e alle dieci questo e
   quest’altro… Così fino a sera, rincuorato infine dal fatto che anche quel giorno aveva tenuto sotto controllo il mondo.
   pag.54

           Ma una volta  lei scoprì di  lui una cosa  insolita: amava andare a vela sull’Egeo! Fu come scoprire che dopo anni e
   anni di reclusione un evaso avesse per sempre abbandonato il confino. Lei immaginò di  lui  la stessa espressione radiosa
   sul  volto di  uno che vede avanti a sé  l’immensità, dopo giorni e giorni di  cammino  faticoso, senza  alimenti e col cuore
   bloccato dall’affanno della lotta: di  sicuro così sarebbe stato il  volto di  Carletto davanti  all’Egeo. Non avevano ancora
   una  relazione e questo suo  interesse  così ampio la  mise su di una falsa pista. ‘Che questa sua “pochezza” possa essere
   cancellata da qualcosa che ha sapore di vela anche quando egli non si trova materialmente sull’Egeo?’ si disse, mentre lo
   osservava in piccoli movimenti a scatto, insicuri, come qualche saltino scappato per caso per gioia di innamorato.
   pag.55

           Cercò di procedere nell’esperimento con costanza, mentre lui la guardava come fosse la Madonna, mentre cercava
   di saltare  sempre più  in alto verso di  lei, così che il  suo passo  parve  allungarsi, mentre si  liberava di quella  giacca da
   camera che pareva  indossare  anche quando usciva. E  le pantofole, e gli occhiali  storti  sul naso… Tutto aveva l’aria di
   avviarsi verso l’oceano, risucchiato dall’acqua e rispedito a riva sotto forma di scarpe e lenti a contatto con le quali poter
   guardare anche dalla  terra  ferma quasi  fino all’orizzonte. Il  primo giorno  che vi  premette contro  l’occhio le  palpebre
   andarono su e giù  freneticamente, ma  poi vi fu un piacevole  rilassamento per entrambi: per lei che aveva avuto il timore
   del  ritorno  della “pochezza” e per  lui che  aveva  sofferto, anche se  inconsciamente  dello  stesso  timore. Sotto  quella
   pressione, infatti, parvero ricomparire quei piccoli  movimenti a scatto che da poco l’Egeo sembrava aver nascosto tra le
   sue onde, ma quel giorno stesso, quasi a  sfidare una  sorte che  opprimeva, fecero  l’amore  per la  prima  volta, e andò
   proprio come doveva andare…
   pag.56

           Accanto alla pasta  infarinata sul  bancone c’era il  bellissimo prodotto delle sue fatiche: una pizza rossa picchiettata
   di bianco. A lei, che ricordava quella pizza così tonda e appetitosa, le sembrò come una  felicità che di  lì a poco, con un
   altro po’ di sforzo, avrebbe fumato per sè e per lui. Ma questa visione così terrena, così tangibile era lontana da Carletto
   che stava cominciando a vedere attraverso le lenti e non più attraverso occhiali mal sistemati sul naso.
           Per questo lei restava la sua Madonna, figura angelica e beata che si muoveva nello spazio dominando il mondo. La
   fatica era poi  immensa se davanti alla sua icona, quando si distraeva, i suoi passi  ritornavano di  piccola zampa, al punto
   di far apparire rossori di agitazione sul viso, movimenti a scatto, amplessi in pantofole, giacche da camera anche a cospet-
   to dell’Egeo.
          Ma lui non mollò la presa finchè lei non si accorse che il vento sulla vela di entrambi cominciava a mancare: su quella
   di lui  per troppa  paura  dell’Egeo, al quale egli dava solo lo sguardo e non la  vita intera, e su quella di  lei, perché era la
   vela di  una donna e non di una  Madonna che, altrimenti, si sarebbe con  ardore  accontentata del  cuore immenso di  lui
   senza tenere conto del fatto che sarebbe sempre rimasto a battere né in una città, né in un paese, né in un villaggio, ma tra
   un tic tac e ancora un tic tac di una domenica pomeriggio.
   pag.57
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