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Luna Park è un testo che nasce dall’osservazione
della realtà quotidiana, dall’incontro dell’immaginario dello scrittore con la realtà che lo circonda. L’indagine
narrativo-psicologica è affidata principalmente all’ironia che funge da lente d’ingrandimento del nostro sé. La psiche è sede di
desideri, pulsioni e sogni che messi in contatto con la barriera della realtà generano piccole o grandi patologie, ma
lei c’è e si fa sentire e il rimandarla giù è un espediente che può solo
rimandare l’apparire del problema. Si difende da una
specie di sabotaggio, mantenendo una propria autonomia,
parla un idioma specifico, generando campanelli
d’allarme che vogliono avere la volontà di svegliare l’individuo per
aprire una strada diversa da
percorrere, quella in sintonia con i suoi desideri e i suoi sogni,
con la vera natura della sua psiche, della sua anima.
Il nostro bene più prezioso ci scappa di mano,
facendoci creare identità che non corrispondono a quella reale e che
coprono la nostra paura di andare a stanare quella vera. Eppure in un
angolo del subconscio l’uomo sente che il portarla a galla potrebbe aprirgli le porte per recuperare una
specie di pace perduta, ma il viaggio a cavallo tra l’essere e l’apparire, tra ciò che è interiore ed esteriore gli
risulta estremamente faticoso. Il potere dell’immagine da cui viene bombardato da ogni angolo, lo risucchia in una
preoccupazione scandita da azioni ripetitive per mostrarlo in modo indefettibile agli altri e non per aprire il varco alla domanda: “Cosa voglio io per me stesso?” |
Pasticcino fatto in casa
La sua ultima meta era l'Egeo... anche se il mondo era troppo grande
per lui. Si potrebbe dire per tutti! Ma il suo non era proprio della grandezza del
mondo, né di una città, né di un paese, né di un villaggio; era un angolo piccolo piccolo come lui, che sembrava
ridurre ogni cosa, persino il tempo, con quella frenetica mania per gli orologi. Lo vivisezionava
non per
amor di ragionamento filosofico, ma per necessaria
scansione quotidiana, rispettata con rigore per evitare
che venisse arrotolato dal vorticoso susseguirsi delle azioni. Per un qualsiasi contrattempo ansimava e dopo i
primi tre minuti
di respiro forzato, come alimentato da
una bombola di ossigeno semivuota, arrossiva di
agitazione, tingendo di rosso anche le orecchie e il centro testa, proprio sopra la nuca, dove sembrava che i
capelli fossero caduti perchè liquefatti dal calore di quell'improvvisa vampata. Ma restava assolutamente
tranquillo quando, invece: tic tac, tic tac... una mezz'ora dopo l'altra, scorreva la sua piccola vita faceva tutto
con poco ed era come se vivesse sottraendo per sottrarsi al mondo tanto, ma tanto, più grande di lui.
“Giochiamo a nascondino!” L’intensità dell’urlo durante la
sua infanzia era di gran lunga maggiore delle sue forze, quando tra un gruppo di compagni voleva
fare a tutti i costi prevalere la sua volontà. Come gli piaceva quel gioco! Piaceva anche agli altri
bambini, ma la sua preferenza era di natura diversa, era una sorta di presagio, un campanello
d’allarme sul suo futuro, era l’istinto della sottrazione alla vita. Da
quei nascondigli riusciva finalmente a sentire lontano
quel mondo così grande e veloce dal
quale aveva il timore di essere assorbito e
cancellato. Già allora il
suono delle campane che portavano via il tempo aveva provocato in lui una strana reazione. Nelle sue
“tane” premeva le orecchie talmente forte da avere un senso quasi di vertigine quando poi si riabbandonava ai
suoni; restava così compresso interi pomeriggi, senza che i compagni avvertissero la sua mancanza.
La mania che ora aveva per gli orologi a pendolo, dei quali si
circondava, era nata proprio da quelle campane, ma crescendo, per evitare di venir
soppresso dal suono e dalla fuga del tempo che trascinava via gli uomini, aveva deciso di combatterlo e di
non abbandonarsi al succedersi delle ore senza operare su di esse un serrato controllo.No, non poteva
sopportare di uscire fuori rotta… Alle sette
del mattino avrebbe fatto questo, alle otto, alle nove e
alle dieci
questo e quest’altro… Così fino a sera, rincuorato infine dal fatto che anche quel giorno aveva tenuto sotto
controllo il mondo.
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Ma una volta lei scoprì di lui una cosa insolita: amava andare a vela
sull’Egeo! Fu come scoprire che dopo anni e anni di reclusione un evaso avesse per
sempre abbandonato il confino. Lei immaginò di lui la stessa espressione radiosa
sul volto di
uno che vede avanti a sé l’immensità, dopo giorni e giorni di
cammino faticoso, senza alimenti e col cuore
bloccato
dall’affanno della lotta: di sicuro così sarebbe stato il
volto di Carletto davanti all’Egeo. Non avevano
ancora
una relazione e questo suo
interesse così ampio la mise su di una falsa pista. ‘Che
questa sua “pochezza”
possa essere cancellata da qualcosa che ha sapore di vela anche quando egli non si trova materialmente
sull’Egeo?’ si disse, mentre lo osservava in piccoli movimenti a scatto, insicuri, come qualche saltino
scappato per caso per gioia di innamorato.
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Cercò di procedere nell’esperimento con costanza, mentre lui la
guardava come fosse la Madonna, mentre cercava di saltare sempre più in alto verso
di lei, così che il suo passo parve allungarsi, mentre si liberava di quella giacca da camera che pareva
indossare anche quando usciva. E le pantofole, e gli occhiali storti sul naso… Tutto aveva l’aria di avviarsi
verso l’oceano, risucchiato dall’acqua e rispedito a riva sotto forma di scarpe e lenti a contatto con le
quali poter
guardare anche dalla terra ferma quasi fino
all’orizzonte. Il primo giorno che vi premette contro
l’occhio le palpebre andarono su e giù freneticamente, ma poi vi fu un piacevole rilassamento per
entrambi: per lei che aveva avuto il timore del ritorno della “pochezza” e per lui che aveva sofferto, anche se
inconsciamente dello stesso timore. Sotto quella pressione, infatti, parvero ricomparire quei piccoli
movimenti a scatto che da poco l’Egeo sembrava aver nascosto tra le sue onde, ma quel giorno stesso, quasi a
sfidare una sorte che opprimeva, fecero l’amore per la prima volta, e andò proprio come doveva andare…
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Accanto
alla pasta infarinata sul bancone c’era il bellissimo prodotto delle
sue fatiche: una pizza rossa picchiettata di bianco. A lei, che ricordava
quella pizza così tonda e appetitosa, le sembrò come una felicità che di lì a poco, con un altro po’ di sforzo,
avrebbe fumato per sè e per lui. Ma questa visione così terrena, così tangibile era lontana da Carletto che
stava cominciando a vedere attraverso le lenti e non più attraverso occhiali mal sistemati sul naso.
Per questo lei restava la sua Madonna, figura angelica e beata che si
muoveva nello spazio dominando il mondo. La fatica era poi immensa se davanti
alla sua icona, quando si distraeva, i suoi passi ritornavano di piccola zampa, al punto di far apparire
rossori di agitazione sul viso, movimenti a scatto, amplessi in pantofole, giacche da camera anche a cospet- to
dell’Egeo.
Ma
lui non mollò la presa finchè lei non si accorse che il vento sulla
vela di entrambi cominciava a mancare: su quella di lui per troppa paura dell’Egeo,
al quale egli dava solo lo sguardo e non la vita intera, e su quella di lei, perché era la vela di una donna e
non di una Madonna che, altrimenti, si sarebbe con ardore accontentata del cuore immenso di lui senza tenere
conto del fatto che sarebbe sempre rimasto a battere né in una città, né in un paese, né in un
villaggio, ma tra un tic tac e ancora un tic tac di una domenica pomeriggio.
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