Francesca Sifola
La scatola bucata
Sifola - La scatola bucata
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          In un “parco” cittadino, così denominato dall’edilizia  mistificatrice della  seconda  metà del  ventesimo secolo, in una
   realtà senza spazio di  un condominio congestionato da rumori, Claudia si trasferisce a vivere o piuttosto “viene trasferita”
   da Roberto. Siamo negli  interni degli  anni ottanta, dai  soffitti  bassi, dai saloni  bivani, dagli ingressi minuscoli... dai pezzi
   necessari  alla “categoria di  lusso”. Ma  in un giorno “che sembra essere cominciato come  tutti gli  altri”, Claudia si sente
   sommersa da una massa  informe e rossa come il sangue. Dalla  prima sensazione di soffocamento, smembrando la trama
   del magma rosso porpora, spunta un’immagine nitida: la strada che ha percorso durante la sua  infanzia  nella parte bassa
   della città, dove il sole si unisce col mare nell’abbraccio del golfo.
          Da questo momento  fulmineo e  inaspettato  Claudia  comincia  a ripercorrersi, a camminare sopra  le impronte che,
   senza coscienza, ha tracciato lei stessa. Si muove con la determinazione e la sofferenza di  un iniziato, arsa dal bisogno di
   conoscere, a dispetto del rischio che comporterà, l’ultima meta.
          Nel  viaggio, passo a passo, comincia a presentire un futuro di sé solo e unicamente in forma diversa dal suo stato di
   vita attuale. Sa che tutto sarà diverso e aperto a ogni  possibilità  proprio  come  lo era il  suo passato prima di ora; piega
   dopo piega, sprofonda in esso per riemergere individuando non l’ultima meta, ma l’inizio dal quale cominciare a “esistere”
   senza che la vita sia quella vissuta da un’altra.
                                             
                                                            Boomerang


       Era  l’alba, l’alba di un tempo ancora lontano mentre in ginocchio su una sedia, affacciata alla finestra, ascoltava il suo di-
   alogo  con  quella  parte di  mondo con cui  non  sapeva  ancora  giocare: non era  tondo né  piatto, ma sembrava  magico,
   coperto da un involucro di rumori e colori strani che sorgevano dal nulla. Con questo mondo s'intratteneva silenziosa  tra le
   pareti della sua stanza, in una casa che conservava e difendeva la propria immagine contro la minaccia corrosiva del tempo. 
       Ma già  la sua  immaginazione  andava  verso  tutto, verso  luoghi  che  non  aveva  ancora visto, persone che non aveva
   incontrato. Vedeva  le forme tinte di quei colori che scorgeva dalla  finestra e di  altri che  nascevano dal desiderio dei  suoi
   occhi, strani cerchi ovali  bianchi e neri pieni di volontà, imperiosi davanti al sonno, languidi davanti al  mare, avidi di oggetti
   nuovi; con essi  fissava il  punto dove  il sole e il  mare si  univano protetti dal  golfo e nelle onde, talvolta spente, sentiva un
   moto quasi impercettibile di pace e nel loro gonfiore improvviso ascoltava la risposta a un suo capriccio infantile. Da quella
   massa  azzurra ogni  giorno  nasceva  il suo dialogo con la  forza e l’abbandono  fino all’oblio, nasceva  lo stupore  quando
   l’oscurità  la  tingeva di nero, la voglia di  saltare quando all’alba quella  massa  azzurra  lasciava  il colore  dell’argento per
   essere del colore del mare.
       Dall’incontro  delle  sfumature  nasceva  in  lei  il  desiderio  di  regalare  al suo  spirito, ancora  sconosciuto, la  gioia  di
   camminare nel modo che gli era stato promesso quando le avevano regalato la vita.
       Conosceva poche specie di pesci, poche sponde di sabbia e di scogli, nessuna grotta  marina, nessun pescatore e poche
   vele bianche, che camminavano sull’acqua  muovendo le braccia come gli  uomini; del cielo non conosceva  nessun vento...
   ma  aveva  voglia  di  sapere, vedere, toccare  e arrotolare  tutto dentro di sé, chiuso, raccolto in  un gigantesco e luminoso
   scrigno di memoria.
       Della gente sentiva le voci, guardava lo sguardo, accoglieva le parole, le respingeva, si  faceva avvolgere da un amico, lo
   rifiutava, desiderava sua  madre, voleva star sola, desiderava suo padre, lo allontanava, fabbricava sogni in cui era sola... e
   camminava  nel  tempo, nuotava nel mare giocando per mesi e anni in sua compagnia senza avere paura di perderlo, finché
   non si trasferì con Roberto nella parte alta della città, in un parco sovrastante ciò che restava nella parte bassa.
       Il tempo si era perso velocemente nella propria ombra  fino all’istante in cui  il mare era stato lì, vicino a lei, per lasciarsi
   percorrere  dai  giochi  infiniti della  fantasia, ma poi  la lentezza  inspiegabile delle ore non le aveva  fatto ricordare nessun
   avvenimento del quale valesse la  pena  trattenere  l’immagine. Tre anni dopo essersi  trasferita  cominciò a stupirsi davanti
   alla tenacia delle ore che si staccavano da lei a fatica, mentre, così riflettendo, riusciva ancora a sentirsi autonoma  rispetto
   al  loro dominio. Ma poi c’era il suono di una sveglia alle sette e un quarto a segnare l’inizio di un giorno identico a ieri e a
   domani e, dopo, l’odore del caffè penetrava attraverso le sottilissime pareti di quelle costruzioni, mischiandosi all’odore di
   altri caffè: erano  tutti  disperatamente vicini e, incoscienti di  quella  disperazione, si guardavano senza vedersi in un saluto
   spento nel medesimo gesto, alla stessa ora, pronti per uscire nella strada di tutti.
        Strana quella strada! Immobile sotto i piedi arroventati dalla fretta verso posti chiassosi, stretti, dove il pensiero di uno
   diventava uguale a quello di tutti, senza opinione, senza scosse, ma dove ognuno si sentiva stupidamente diverso dagli altri,
   con l’espressione del viso che tradiva, tronfia, la potestà di questo sentimento: ad essa si tenevano come alle gonne di una
   madre, ma senza la fragilità poetica del bambino.
        Dalla “strada di tutti” ritornava alle tredici d’ogni giorno con passo spedito verso quel “parco”, l’androne, l’ingresso, il
   corridoio, la stanza da  letto, senza  riuscire a  fermare  lo sguardo su  niente. Accumulava  immagini  che  non  registrava,
   rimosse dal sonno della notte con Roberto e lontana da lui anche nel contatto dell’amplesso.
        Dal  giorno in cui  l’aveva  incontrato, l’aveva  rivestito di  un corpo che era già da molto tempo prima dentro di lei: “il
   corpo dell’amore”. Fino a quell’istante aveva  camminato da sola  in quel corpo senza  chiedere che qualcuno vi entrasse,
   mentre tutto  prendeva  forma quando guardava il  mare, quando era  portata  dal  suo colore a  visualizzarne  le tinte; poi
   Roberto era andato verso di  lei e per il  desiderio di  materializzare le  magiche  fattezze  della  fantasia, con  lo zelo che è
   proprio alla purezza, lo aveva  rivestito  delle sembianze che aveva  immaginato, sicura di  fargli  un dono universale... Ma
   lentamente, pezzo dopo  pezzo, avanti a  una coscienza  muta, quelle sembianze erano  finite nella “strada di tutti” e ora si
   ritrovava  impeccabilmente  moglie  nella scelta dei vestiti: molti, delle parole: poche, per decidere in quale posto andare a
   trascorrere il weekend, appendendosi a un  filo che la trascinava  sempre “sotto lo stesso cielo di quel  parco”. Al  ritorno
   nella  terra di  nessuno, si  trovavano schiacciati  tra centinaia di  auto in  lotta per  raggiungere con  impossibile velocità la
   dimora della noia che non si è rassegnata perché non si è scoperta.
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