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In un “parco” cittadino, così denominato
dall’edilizia mistificatrice della seconda metà del ventesimo secolo,
in una realtà senza spazio di un condominio
congestionato da rumori, Claudia si trasferisce a vivere o piuttosto
“viene trasferita” da Roberto. Siamo negli interni
degli anni ottanta, dai soffitti bassi, dai saloni bivani, dagli
ingressi minuscoli... dai pezzi necessari alla
“categoria di lusso”. Ma in un giorno “che sembra essere cominciato
come tutti gli altri”, Claudia si sente
sommersa da una massa informe e rossa come il sangue. Dalla
prima sensazione di soffocamento, smembrando la trama
del magma rosso porpora, spunta un’immagine nitida: la strada che
ha percorso durante la sua infanzia nella parte bassa della città, dove il sole si unisce col mare nell’abbraccio del golfo.
Da questo momento fulmineo e inaspettato
Claudia comincia a ripercorrersi, a camminare sopra le impronte che,
senza coscienza, ha tracciato lei stessa. Si muove con la
determinazione e la sofferenza di un iniziato, arsa dal bisogno di conoscere, a dispetto del rischio che comporterà, l’ultima meta.
Nel viaggio, passo a passo, comincia a presentire
un futuro di sé solo e unicamente in forma diversa dal suo stato di
vita attuale. Sa che tutto sarà diverso e aperto a ogni
possibilità proprio come lo era il suo passato prima di ora; piega
dopo piega, sprofonda in esso per riemergere individuando non
l’ultima meta, ma l’inizio dal quale cominciare a “esistere” senza che la vita sia quella vissuta da un’altra. |
Boomerang
Era l’alba, l’alba di un tempo ancora
lontano mentre in ginocchio su una sedia, affacciata alla finestra,
ascoltava il suo di- alogo con quella parte di mondo con cui non
sapeva ancora
giocare: non era tondo né piatto, ma sembrava magico, coperto da un involucro di rumori e colori
strani che sorgevano dal nulla.
Con questo mondo s'intratteneva silenziosa tra le pareti della sua stanza,
in una casa che conservava e difendeva la propria immagine contro la minaccia corrosiva del tempo.
Ma già la sua immaginazione andava
verso tutto, verso luoghi che non aveva ancora visto, persone che non aveva incontrato. Vedeva le forme tinte di quei colori che
scorgeva
dalla finestra e di altri che nascevano dal desiderio dei suoi occhi,
strani cerchi ovali bianchi e neri pieni di volontà, imperiosi
davanti al sonno, languidi davanti al mare, avidi di oggetti nuovi; con
essi fissava il punto dove il sole e il mare si univano protetti
dal golfo e nelle onde, talvolta spente, sentiva un moto quasi
impercettibile di pace e nel loro gonfiore improvviso ascoltava la
risposta a un suo capriccio infantile. Da quella massa azzurra ogni
giorno nasceva il suo dialogo con la forza e l’abbandono fino all’oblio,
nasceva lo stupore quando l’oscurità la tingeva di nero, la voglia di
saltare quando all’alba quella massa azzurra lasciava il
colore dell’argento per essere del colore del mare.
Dall’incontro delle
sfumature nasceva in lei il desiderio di regalare al suo
spirito, ancora sconosciuto, la gioia di camminare nel modo che gli era
stato promesso quando le avevano regalato la vita.
Conosceva poche specie di pesci, poche
sponde di sabbia e di scogli, nessuna grotta marina, nessun pescatore e
poche vele bianche, che camminavano sull’acqua muovendo le
braccia come gli uomini; del cielo non conosceva nessun vento... ma
aveva voglia di sapere, vedere, toccare e arrotolare
tutto dentro di sé, chiuso, raccolto in un gigantesco e luminoso
scrigno di memoria.
Della gente sentiva le voci, guardava
lo sguardo, accoglieva
le parole, le respingeva, si faceva avvolgere da un amico, lo rifiutava, desiderava sua madre, voleva star
sola, desiderava
suo padre, lo allontanava, fabbricava sogni in cui era sola... e camminava nel tempo, nuotava nel mare giocando per mesi e anni in
sua compagnia senza avere paura di perderlo, finché non si trasferì con
Roberto nella parte alta della città, in un parco sovrastante
ciò che restava nella parte bassa.
Il tempo si era perso velocemente
nella
propria ombra fino all’istante in cui il mare era stato lì, vicino a
lei, per lasciarsi percorrere dai giochi infiniti della fantasia,
ma poi la lentezza
inspiegabile delle ore non le aveva fatto ricordare nessun avvenimento
del quale valesse la pena trattenere l’immagine. Tre
anni dopo essersi trasferita cominciò a stupirsi davanti alla tenacia
delle ore che si staccavano da lei a fatica, mentre, così
riflettendo, riusciva ancora a sentirsi autonoma rispetto al loro
dominio. Ma poi c’era il suono di una sveglia alle sette e un quarto a
segnare l’inizio di un giorno identico a ieri e a domani e, dopo,
l’odore del caffè penetrava attraverso le sottilissime pareti di quelle
costruzioni, mischiandosi all’odore di altri caffè: erano tutti
disperatamente vicini e, incoscienti di quella disperazione, si
guardavano senza vedersi in un saluto spento nel
medesimo gesto, alla stessa ora, pronti per uscire nella strada di tutti.
Strana quella strada! Immobile sotto i
piedi arroventati dalla fretta verso posti chiassosi, stretti, dove il
pensiero di uno diventava uguale a quello di tutti, senza
opinione, senza scosse,
ma dove ognuno si sentiva stupidamente diverso dagli altri, con l’espressione del viso che
tradiva, tronfia, la potestà di
questo sentimento: ad essa si tenevano come alle gonne di una madre, ma senza la
fragilità poetica del bambino.
Dalla “strada di tutti” ritornava alle
tredici d’ogni giorno con passo spedito verso quel “parco”, l’androne, l’ingresso, il corridoio, la stanza da letto, senza riuscire
a fermare lo
sguardo su niente. Accumulava immagini che non registrava, rimosse dal
sonno della notte con Roberto e lontana da lui anche nel
contatto dell’amplesso.
Dal giorno in cui l’aveva incontrato,
l’aveva rivestito di un corpo che era già da molto tempo prima dentro di lei: “il corpo dell’amore”. Fino a quell’istante aveva
camminato da sola in quel
corpo senza chiedere che qualcuno vi entrasse, mentre tutto prendeva forma quando
guardava il mare, quando era portata dal
suo colore a visualizzarne le tinte; poi
Roberto era andato verso
di lei e per il desiderio di materializzare le
magiche fattezze della fantasia, con lo zelo
che è proprio alla
purezza, lo
aveva rivestito delle sembianze che aveva immaginato, sicura di
fargli un dono universale... Ma lentamente, pezzo dopo pezzo, avanti a
una coscienza muta, quelle sembianze erano finite nella “strada di
tutti” e ora si
ritrovava impeccabilmente moglie nella scelta
dei vestiti: molti, delle parole: poche, per decidere in quale
posto andare a trascorrere il weekend, appendendosi a un filo che la
trascinava sempre “sotto lo stesso cielo di quel parco”. Al ritorno
nella terra di nessuno, si trovavano schiacciati tra centinaia di auto
in lotta per raggiungere con impossibile velocità la
dimora della noia che non si è rassegnata perché non si è scoperta. |
 










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