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Tutto quello che non vorremmo ci
venisse fatto è già accaduto senza che noi ce ne fossimo accorti!":
questa potrebbe
essere la sintesi o la parafrasi
del giallo di Francesca Sifola che,
attraverso le azioni e gli interrogativi
di un impiegato
dell'Anagrafe, Andrea Gatto,
percorre gli usi, i costumi, le abitudini
mentali, non sempre limpide, della
nostra epoca.
Partendo da una trama non strettamente di
genere l'autrice ci porta, inaspettatamente, tra le maglie di
un intrigo nel mon-
do dell'arte. Un giallo? Non nel senso
classico del termine, ma che d'un tratto porta il
lettore nel centro di un intreccio
che ne assume le connotazioni. Si potrebbe dire
che le immagini dell'intrigo in cui si trovano inavvertitamente i
protagonis-
ti, non vengono esposte a una
narrazione dettagliata, ma a una veloce
esposizione, come dei
fotogrammi. L'elemento
descrittivo cede il passo
all'incisività dell'intreccio
complessivo dove i personaggi sono
esposti a trame di vita di cui
l'uomo del nostro secolo è spesso
inconsapevole. Un percorso di idee e
azioni che, "costruite dietro le spalle" di
tutti,
possono operare e per il Bene e per il Male. |
Andrea Gatto era impiegato
all'Anagrafe: un nome tra i nomi, registrato tra le carte
di quell'enorme edificio, ma che, non proprio
come tutti, ogni mattina, prima di sedersi col viso contro i dati
computerizzati, i fogli e i timbri, teneva in mo-
do particolare, quasi per un rito
d'antico significato, a sfogliare riviste d'opere
d'arte con i capolavori di Leonardo,
Michelangelo, Raffaello, Caravaggio e Tiziano, riprodotti
su fogli ingialliti dal tempo, pieni di identità e porosi al tatto. La
forza delle forme di Michelangelo, così
ammiccanti a un potere "divinamente" umano, lo
spingevano a fargli passare la mano sui suoi
bicipiti riflessi nello specchio, senza alcuna
vanità: era ben fatto e lo sapeva, ma quel gesto garantiva con
soddisfazione che lui era un "curioso" delle forme
del corpo, non per il profitto di carattere sessuale che da esso si pote-
va ottenere, ma per custodirlo, invece, nell'Eros e nella
sensualità, in pratica nell'arte del vivere. Niente occhi velati
sulla realtà, niente
rigide coperture. E quegli artisti del passato se avevano
“velato” le loro forme, lo avevano fatto con quel
sublime senso dell'estasi pregna di bellezza,
solo dopo aver sviscerato e penetrato la realtà più
profonda dell'Umano, tirandone fuori tutto il potere divino della sensualità.
Andrea non voleva dimenticare mai,
durante il suo scarno giorno, quelle forme che rivedeva quasi
ogni mattina, usan- dole per ottenere una
sorta di intima salvezza nel vedersi proiettato fuori dall'eddificio
dell'Anagrafe, oltre la sua minima vita di ora
a carpire, anche se ancora in embrione, una possibilità di un
futuro “forte”. Riusciva a proiettarsi così in una
dimensione storica di se stesso più ampia, attraverso l'immaginario che quelle forme rendevano tangibile.
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