In
un “parco” cittadino, così denominato
dall’edilizia
mistificatrice
della seconda metà del
ventesimo secolo, in una realtà senza
spazio di un condominio congestionato da rumori, Clau- dia si trasferisce
a vivere o piuttosto “viene trasferita" da Roberto. Siamo
negli interni degli anni ottanta, dai soffitti bassi, dai saloni
bivani, dagli ingressi minuscoli... dai pezzi necessari alla
“categoria di lusso”. Ma in un giorno “che sembra essere
cominciato
come tutti gli altri"
Claudia si sente sommersa da una massa informe e rossa come
il sangue. Dalla
prima sensa- zione di soffocamento, smembrando la trama del magma
rosso porpora,spunta un’imma- gine nitida: la strada che ha percorso
durante la sua infanzia nella parte bassa della città, dove il
sole si unisce col mare nell’abbraccio del golfo.
Da questo momento fulmineo e
inaspettato Claudia
comincia a ripercorrersi, a camminare
sopra le impronte che, senza coscienza,
ha tracciato lei stessa. Si muove con la determinazione
e la sofferenza
di un iniziato, arsa dal bisogno di conoscere, a dispetto del rischio
che compor-
terà,
l’ultima
meta.
Nel viaggio, passo a passo, comincia a presentire
un futuro
di sé
solo e unicamente in forma
diversa dal suo stato di vita attuale. Sa che tutto sarà
diverso e aperto a ogni
possibilità proprio
come lo era il suo passato prima di ora; piega dopo piega,
sprofonda in esso per riemergere
in-
dividuando non
l’ultima meta, ma l’inizio dal quale cominciare a “esistere”
senza che la vita sia
quella vissuta da un’altra.
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“Scene di scrittura” propongono molti mondi,
attraversati dalla
scrittrice, con lo sguardo del
prima, del durante, del poi, con
la passione e il distacco di un’attrice che si fa regista di se
stes-
sa.Si vuol dire che stare dentro la parte permette di
verificare
sulla propria pelle “il giuoco delle
parti” di pirandelliana memoria,
avvalorando l’idea di quel “teatro nel teatro" di cui l’autore ag-
rigentino si fece avido
sperimentatore.
Essere persuasi di interpretare una parte, di recitare un
copione
nel grande teatro della vita è
l’idea-guida anche di questo canovaccio, in cui il racconto
vero e proprio cerca
conferma ed
evidenza in uno spartito appunto teatrale, con i suoi
dialoghi,
con le sue didascalie, capaci di
scandire il senso della storia e di
ampliare e approfondire la visuale critica in essa abbozzata.
Teatro, letteratura e vita si giocano così le loro carte più
segrete in
una progressiva esibizione
dei meccanismi che regolano il
mondo dei pensieri e dei sentimenti, nella sottolineatura di una
gestualità rivelatrice dell’ambiguorapporto tra anima e corpo.
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Il testo si muove lambendo vari generi letterari:
il romanzo
storico, la cronaca familiare, il rac-
conto di formazione. E ciò dal momento che la vicenda di
Maria Adelaide, ma anche
di
sua so-
rella Wanda e della loro madre Dora, s’incunea perfettamente
in quella ben più ampia del mo-
mento
storico che
sono chiamate a vivere. Periodo segnato dalla guerra, e incorniciato
dallo
scenario prezioso e forte di una
Napoli
assai presente nel testo. A cominciare dai luoghi, dai
nomi, passando
attraverso le atmosfere, sino ai personaggi e ad alcuni piccoli riti
tutti “nostra-
ni”.
Ma quello che più colpisce è a graduale
scoperta della femminilità da parte della protagonista.
Lungo
quest’itinerario intimo e personale, al centro di una società
chiaramente connotata e nel
solco di un’antica tradizione familiare,
l’autrice scorta il lettore, dopo averlo preso per mano
con la
delicatezza di una scrittura piana e schietta. Uno stile capace di
rendere scorci pittorici
della città, il clima storico-sociale
e, impresa forse anche più ardua, di scogliere la complessità
e la profondità delle dinamiche interiori femminili. Di una
femminilità che s’apre ora alla vita
adulta, alla conoscenza della fisicità, dei sentimenti più
maturi e
dell’eros.
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Dopo aver scritto vari racconti, finalmente
l’autrice
napoletana
si cimenta col formato lettera-
rio del romanzo, l’unico strutturalmente
adeguato per tracciare il viaggio interiore, oltre ogni ca-
tegoria
ortodossa di spazio e tempo, del protagonista. La proiezione
verso un’era futuribile,
postmoderna, costellata da automatismie
condizioni di vita artificiali, diviene, grazie
all’invenzio-
ne narrativa, veicolo di un cammino a ritroso verso la
coscienza di sé e del proprio passato. La
maltollerata abitudine a un ruolo
predeterminato, la sua
accettazione quasi meccanica s’infrange
allorquando, in maniera inevitabile
e forse anche prevedibile, questa sorta di apatia interiore è
squassata
da una passione profonda e dirompente. D’un
tratto cala ogni maschera, la vita e il
tempo sono abbracciati nella
loro piena schiettezza, in nome d’uno amore totale e profondo,
che
prescinde da doveri e
necessità.In tal modo, il percorso nello spazio e nel tempo si fa
per-
sonale e genera
segmenti di interiorità del protagonista, che sembra tendere verso un
ritorno
alla realtà primigenia,più vera di quella condivisa
e attuale, così artificiosa e illusoria. Cercare di
scandagliare la
profondità del personaggio ha richiesto all’autrice una
prosa essenziale, asciutta,
in grado di rendere i tempi delle pause,
dell’incalzare e delle riflessioni più lunghe e meditate.
Nonché una varietà di stili che paiono adeguarsi ai
differenti momenti
e sonorità di
un’inquietu-
dine di fondo, che caratte rizza tutto il romanzo e
i
suoi fantasmagorici e spesso cupi scenari
avveniristici.
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Luna Park è un testo che nasce dall’osservazione
della realtà
quotidiana, dall’incontro dell’im-
maginario dello scrittore con
la realtà che lo circonda. L’indagine narrativo-psicologica è affida-
ta
principalmente all’ironia che funge da lente d'ingrandimento
del nostro sé. La psiche è sede
di desideri, pulsioni e sogni che messi
in contatto con la barriera della realtà
generano piccole o
grandi patologie, ma lei c’è e si fa sentire e il
rimandarla giù è un espediente che può solo ri-
mandare l’apparire del problema.Si difende da una
specie di
sabotaggio, mantenendo una
propria autonomia, parla un idioma specifico,
generando campanelli d’allarme che vogliono
avere la volontà di
svegliare l’individuo per aprire una strada diversa da
percorrere, quella in
sintonia con i suoi desideri e i suoi
sogni,
con la vera natura della sua psiche, della sua anima. Il
nostro bene più
prezioso ci scappa di
mano, facendoci creare identità che non corrispondono
a quella reale e che coprono la nostra
paura di andare a
stanare quella vera.
Eppure in un angolo del subconscio l’uomo sente
che il
portarla a
galla potrebbe aprirgli le
porte per recuperare una specie di
pace perduta, ma il viaggio a cavallo tra l’essere e l’appari-
re, tra
ciò che è interiore ed esteriore gli risulta estremamente
faticoso,Il potere dell’immagine
da cui viene bombardato da
ogni
angolo, lo risucchia in una preoccupazione scandita da
azi-
oni ripetitive per mostrarlo in modo indefettibile agli altri
e non
per aprire il varco alla domanda:
“Cosa voglio io per me stesso?”
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Francesca
Sifola, napoletana, vive
tra Napoli e Roma.
Laureata in Lingue e Letterature
Straniere presso l’Università degli
Studi di Napoli “Federico II”
Tra il 1980 e il 1982 insegna inglese
in Licei e in Istituti
Professionali di
Stato.
Nel 1982 consegue il “Diplôme des
Études Françaises Supérieures”
presso l’Institut de Grenoble e nello
stesso anno
quello di “English for
Foreign Teachers and Translators”
presso l’Università di Edinburgo.
Nel 1983, lo studio Fersen di Roma
le rilascia il diploma di
attrice di
prosa .
Nel 1984, debutta con Vittorio
Caprioli.
Dal 1988 al 1991, è borsista di Studi
Umanistici e Rinascimentali presso
l’Istituto Italiano di
Studi Filosofici di
Napoli.
Dal 1991 ad oggi, si dedica esclusi-
vamente al suo lavoro di
scrittrice.
Nel 1994 e nel 1995, “Silver Press”
di Genova pubblica
due racconti bre-
vi: ”Amare un ombrello e un Militare”
e
“Alla ringhiera”. Nel
2003, per MEF Editori, pubblica
la raccolta di racconti, “Luna Park”,
che nel 2004 vince Il premio lettera-
rio “Il
Nuovo Fata Morgana”. Nel
luglio del 2004, pubblica, per
Graus Editori, il romanzo “Sogno“,
Storia di Maria Adelaide Piscitelli,
nobildonna
napoletana, vincitore del
premio “Emily Dickinson”
nel 2005.
Uno
“scorcio” dello stesso romanzo
si classificato al primo
posto del
premio “Albatros” nel 2004. Sempre
nel 2004 per Graus Editori,
pubblica il romanzo
“Tempo
senza
maschera”, un testo sul rapporto tra
coscienza
individuale e universo
ipertecnologico. Nel
novembre 2005, col testo “Sce-
ne di scrittura", pubblicato nel mag-
gio 2006 per
Graus Editori, si è clas-
sificata prima per
la sezione
“Libro
Inedito" al “Premio Internazionale
Cultura di
Ieri e di Oggi, città di Reg-
gio Calabria”. Il testo vede riuniti
linguaggio narrativo e teatrale, aven-
do all’interno della tessitura in prosa
quattro
atti unici. Con
un racconto inedito, “Una vita
al sapore di cioccolato”, vince la
XVIII edizione del premio di poesia,
narra-tiva e
pittura “Areopago”. Inoltre
è autrice di due soggetti cine-
matografici: "Ritratto in piedi", tratto
da una storia vera, quella dell'anar-
chico Giuseppe
Manzini e
"Tempesta
al caffè: Napoli". Dal
1998, è presidente della Fondazione
Interregionale Europa
e Comunità mondiale,
che si propone di ridare una connota-
zione unitaria alla cultura e
alla Sto-
ria d’Europa all’interno
delle nuove
problematiche multimediali.
La Fon-
dazione è stata costituita per volere
di Padre Angelo Arpa, colui
che,
negli anni sessanta, opponendosi
alla censura vaticana,
creò le condi-
zioni necessarie
per varare la visi-
one de ”La Dolce Vita” di
Federico
Fellini. Dal
2005 al 2007, collabora al quoti-
diano “Roma" all’interno
della rubrica
culturale “Ciak si scrive”. Nel
2007, alla Fiera del
Lussemburgo, presenta i suoi testi,
come esponente della
cultura
italiana all’estero.
Nel 2009 vince il Premio Letterario
Nazionale “Calabria in giallo” dell’Associazione
Castello d’Alta-
villa, con il
racconto “Don Carmine
Paternò" Sempre
nel 2009 il romanzo “Sogno”
vince il premio “Antonio de Curtis".
Nel 2010 pubblica con Edizioni
Sabinae il romanzo
"La scatola
bucata".